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--- L'amore a Londra e in altri luoghi --- in libreria per Bompiani ---

-=Guestbook=- OMOSESSUALITA’
CEMENTO
AMBIENTE E SCRITTORI IN SARDEGNA
Diario 7 settembre per L’Unità
Diario 5 settembre per unità
IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE
IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE
IN FONDO, DA QUALCHE PARTE
Lèggere
Qualcosa di sinistra
Concerto Afterhours
America
READING PAOLO FRESU/STEFANO BENNU

 

 

-=Guestbook=-
OMOSESSUALITA’

2 11 08

Io non ho niente contro gli omosessuali, anzi. Ce n’è che sono bravissime persone. Purché non si esageri. Ma lo sai che quello è gay?. Ma te lo immagini avere un figlio così?. Purché non mi si dica che può stare in classe a insegnare la matematica al mio bambino. Purché non si facciano vedere per strada, dài, mano nella mano. Due donne che si baciano, dài. Io non ho niente contro gli omosessuali, si dice: niente di niente, lo giuro, lo assicuro, lo declamo con forza, lo grido dal cuore, credetemi, io sono una persona perbene, io rispetto tutti, io non ho niente contro nessuno. E spesso è vero, verissimo. È pieno il mondo, di persone colte, gentili, che pagano le tasse e sono amorevoli con i figli e compassionevoli con i poveri. E non hanno niente contro nessuno, certo che no. Purché i diversi stiano lontani, e non ci sia il rischio che contagino i loro figli, con le loro diversità. Purché si bacino a casa, non in un locale dove li possono vedere tutti. E purché non succeda a mio figlio, questo soprattutto: Dio mio ti prego, non fare accadere questa disgrazia al sangue del mio sangue. E’ normale, avere paura del diverso, di quello che non si conosce. Ma se la televisione facesse un piccolo sforzo per raccontare la quotidianità degli omosessuali italiani, se i nostri zii e le nostre zie potessero vedere quanta normalità ci può essere in qualunque diversità, quanto bene farebbe tutto ciò a questo povero Paese ingrigito e paralizzato, da millenarie paure e inesauribili astuzie. Perché la maggioranza può essere buona e gentile, magnanima e intelligente, e premettere che non ce l’ha con nessuno, e prometterlo solennemente, e ugualmente, poi, quando capita, colpire senza pietà, in sguardi, sussurri, distinguo ed esclusioni, e allora povero chi è diverso, di qualunque diversità si tratti, e meglio per lui se si nasconde bene.

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CEMENTO

16 12 08

Quanto è politica, la furia senza freni dei costruttori, la voglia continua di costruire ancora e ancora lungo questa povera Italia sovrappopolata e iperedificata, dalla Sicilia al Trentino, a un passo delle spiagge, nelle zone protette, nei parchi, nelle montagne, in ogni angolo ancora vergine. E quanto sono capaci di trovare consenso, anche, gli edificatori senza criterio. E’ difficile, molto più di quanto ci piaccia pensare, convincere la gente, le persone, il popolo, della necessità di rinunciare a un po’ di sviluppo in nome dell’ambiente. E’ difficile che i dirigenti e gli amministratori locali accettino di sacrificare consenso per salvare un po’ di natura dal cemento, faticoso il loro lavoro di convincimento di elettori e amministrati. E allora si sente dire, tanto spesso: “Coniugare lo sviluppo con la salvaguardia dell’ambiente”. C’è da costruire mille villette vista-mare, proprio davanti a una spiaggia bellissima e che non sarà mai più la stessa, mai nei secoli tornerà quello che è adesso, persa per sempre la sua bellezza. E cosa posso dire, ai miei elettori, ai miei amministrati? Che stiamo lavorando per valorizzare quel luogo. Per coniugare sviluppo e ambiente, che è la regina delle frasi vuote, è un modo per non dire niente senza scontentare nessuno. Poi quelle mille villette avranno bisogno di negozi e bar, ristoranti e strade più grandi, e servizi, servizi, servizi, altrimenti quanto lunghe e noiose saranno le vacanze di chi le compra, e allora discoteche e aeroporti vicini, e la valorizzazione va, senza paura. E nei mesi in cui le costruiranno, quelle villette, qualche voto lo avremo conquistato, con l’edilizia e i lavori stagionali, e pazienza se l’Italia non ha tregua, nel suo sprofondare verso il brutto, cento voti per una spiaggia, quant’è politica, la furia distruttrice del cemento.

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AMBIENTE E SCRITTORI IN SARDEGNA

PER L’UNITA’ 26 12 2008

E’ da molti anni che gli scrittori sardi parlano e scrivono d’ambiente, in molti modi, nei loro romanzi e sui giornali dell’Isola. Da Giulio Angioni a Giorgio Todde, da Luciano Marrocu a Salvatore Niffoi, fino ad arrivare a Milena Agus, scrittrice cagliaritana dall’incredibile successo di pubblico e dalla leggendaria timidezza, sempre un po’ impacciata, molto poco glamour, ma capace di trovare in poche parole il cuore delle cose. Anche se è difficile, d’acchito, sostenere che Agus sia un’autrice impegnata politicamente, l’ultimo suo libro, senz’altro, lo è: nella sua finta ingenuità, nel suo tono lieve e quasi infantile, “Ali di babbo” è un romanzo ambientalista, cioè politico al massimo grado, soprattutto in un’isola, la Sardegna, in cui l’ambiente è diventato, negli ultimi anni, e di nuovo nelle ultime settimane, il tema dei temi della battaglia politica. Nel romanzo una signora strampalata, che tutti chiamano Madame, è proprietaria di un terreno di fronte a una spiaggia bellissima che lei coltiva a verdura, e che non vuole vendere agli speculatori. Ed ecco il bivio, il dilemma esistenziale, la grande questione politica: è facile essere ambientalisti in generale, ma davanti alla possibilità, reale, concreta, di guadagnare una cifra folle sacrificando in cambio un pezzo di natura incontaminata, sapremmo tenere ferma la nostra posizione? Il personaggio di Agus lo fa, con leggerezza e animata da una convinzione profonda, del tutto demodè: che non siano cioè i soldi a fare un uomo o una donna felice, e che distruggere una spiaggia è un gesto che farà del male a tutti, per sempre. Dalla Deledda a oggi, forse è questo una delle più evidenti, spettacolari trasformazioni della Sardegna, e del racconto di questa terra: la consapevolezza, cioè, che la natura, per secoli matrigna e pericolosa, è oggi fragile, in balia della potenza dell’uomo, della sua avidità, delle sue scelte. Se la narrativa non deve (e forse non può) dare risposte definitive, sposare posizioni politiche, diventare la voce di un partito o di un uomo politico, è però indubbio che gli scrittori hanno conquistato in questi anni, in Sardegna, un pubblico attento, e che su questo punto sono stati quasi costretti a interrogarsi, e a dire la loro: su cosa, cioè, la Sardegna rischia dalla furia edilizia, su quanto la bellezza straordinaria del nostro mare può diventare un pericolo per una sorta di colonizzazione dei nostri villaggi sulla costa, su cosa possiamo aspettarci dal turismo, e dai turisti, e su quale modello di sviluppo economico sia più adatto alla nostra terra lontana dal continente, perfettamente dentro il mondo contemporaneo ma splendidamente antica nei paesaggi e nei silenzi. Sono temi enormi, e non riguardano solo la Sardegna: ci sono molte Madame in giro per l’Italia, davanti a un bivio, decise a tenere duro, a non cedere i propri ideali per del denaro. O almeno è importante sperare che esistano davvero, delle Madame, e che qualcuno sarà capace, politicamente, di far sentire che la loro resistenza ha un senso, nella realtà ancora più che nei romanzi.


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Diario 7 settembre per L’Unità

Ieri, sabato 6 settembre, sono andato in sala stampa a chiedere ad alcuni giornalisti cosa gli è piaciuto di più, di Mantova 2008. Qualcuno dice che in realtà non ci si può emozionare, ai festival, non da giornalisti, perché è come essere dei verbalizzatori. Todde, mi dice qualcuno, lo scrittore cagliaritano che racconta una parola sarda, “Scrammentàu”, rimanere scottati da una brutta esperienza, e accanto a lui una scrittrice islandese che parla di digressioni, di come ci si può perdere in un racconto, allungando la vita e allontanando la morte. Qualcuno mi dice che Arbasino è stato simpatico, ha detto delle cose molto belle. La battuta migliore, mi dice qualcuno, L’ha detta lo scrittore svedese Leif G.W. Tersson, che doveva essere intervistato da Lucarelli, ma Lucarelli non è arrivato, e lui ha chiesto: Ma cos’è successo, a Lucarelli, l’hanno ucciso? Rithy Panh, mi dice qualcuno, giornalista cambogiano, che ha vissuto per un anno e mezzo tra le prostitute in un palazzo di Phom Penh, e queste donne non le aveva mai raccontate nessuno, vivono lì, schiavizzate, usate, e quando non sono con I clienti si drogano per dimenticare. E questo scrittore ha scritto un libro, La carta non può avvolgere la brace, pubblicato da OBARRAO, ed è una persona molto umile, mi dice qualcuno. Un poeta e una poetessa israeliani, pubblicati entrambi da BELFORTE: Tali Latowicki, “Camera obscura”, e Shimon Adaf, “Forte come la morte è l’amore”. Due trentenni, mi dice qualcuno, la cui poesia è d’amore e d’erotismo, ma con uno sfondo politico, anche. Qualcuno mi dice che Latowicki ha detto che la società israeliana sembra essere caduta in una sorta di disperazione apatica, e che perché si scrolli di dosso questo sentimento servirà tutta l’energia delle nuove generazioni, e speriamo che basti. Questo mi è stato detto, ieri, in sala stampa, al Festivaletteratura, edizione 2008, e così finisce il mio diario, per quest’anno, e viva I lettori, viva I poeti, viva I volontari di Mantova, viva Rodari e viva la fantasia, sì.


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Diario 5 settembre per unità

E' come se la gente, a questi Festival, volesse sentire parole piu' pesanti, come se pretendesse, in qualche modo, di ascoltare idee meno insipide del solito, come uno slow food del pensiero, dopo tanto macdonald's alla tv. Lo sappiamo, lo sanno tutti, che i politici, e i giornalisti, alcuni, quelli famosi, i personaggi, non fanno in tempo, a pensare, devono sempre parlare, trovare qualcosa da dire ai microfoni, alle telecamere, continuamente, e va bene qualunque cosa, purché si senta la voce, la si riconosca, purché si veda il viso, rassicurante, incombente, sempre quello da quindici o vent'anni. E' come se uno scrittore, ci si aspettasse, si sperasse ancora, che ogni tanto dicesse: “No, grazie, oggi non posso parlare, non ho fatto in tempo a riflettere“. Se un giorno, per caso, un politico, sorridendo ai microfoni di tutti i TG, guardando in faccia gli inviati, le croniste, gli incolpevoli registratori dell'ovvio detto in pompa magna; se un uomo politico un giorno dicesse: “Scusate, oggi davvero no, non è che non ho nulla da dire, è che non mi sembra importante, e non voglio occupare le orecchie, gli occhi dei miei elettori, per parole tanto poco interessanti, scusate, oggi niente dichiarazione”. Ecco, se un giorno succedesse questo, forse perderebbero pubblico, I Festival della letteratura. Ma intanto è pieno di lettori, in giro per Mantova, e si capisce che chiedono di più che un semplice incontro con il loro autore più amato, vogliono qualcosa, e non è ben chiaro cosa, un pronostico, un’analisi, una spiegazione, qualcosa così, meno banale possibile. Poi, non è detto che ci riescano, gli scrittori, e le poetesse nemmeno, a mantenere tante attese. Ieri ignontemattina abbiamo ascoltato una grande maestra, un’anziana signora acciaccata, carica di vita e ferite, gridare che i giovinastri, sono avidi, parlano al telefono, anziché scrivere, come faceva lei. E il giorno prima, un grande attore infuriato, anche lui ce l’aveva con i giovani, superficiali, naturalmente, e non scrivono, e guardano la tv, troppa tv. Ed è così facile, tutti quanti, dopo i cinquant’anni, gridare al mondo che i tempi nuovi fanno schifo, e le generazioni nuove senza speranza, ed era meglio prima, come no? Sembra la malattia nazionale, questa di credere che chi ha meno di quarant’anni non capisce nulla, che tutti I ragazzi sono svogliati, cretinetti, senza pensieri, come no?, E invece è pieno di buoni ventenni, questo Paese, per fortuna, e di trentenni, e come esempio vorrei citare Valeria Parrella, e il suo libro, “Lo spazio bianco”, bellissimo e pieno di saggezza, e forza, e chi è a Mantova venga all’incontro suo con Lella Costa, questo pomeriggio alle 18.30, al Museo Diocesano, se può. E gli incontri di oggi con Fabio Stassi, vorrei suggerire, uno scrittore che ha molte cose da dire, e sa come dirle, con l’energia di chi è ancora giovane, e la saggezza di chi sa che non bastano gli anni, a farci saggi, proprio no.


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IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE

Sono uscito presto, questa mattina, a Mantova, perché non ho dormito molto, la notte scorsa, da solo in una camera bellissima di un B&B bellissimo di via Fratelli Bandiera, a Mantova, al Festivaletteratura 2008, e devo scrivere un Diario di queste giornate, e dovrei dunque fare il pieno di notizie, capire bene cosa è importante e cosa no, discernere i pettegolezzi letterari dalle belle parole poetiche o profetiche, è questo che mi si chiede, penso, passeggiando assonnato nell’alba padana, levare via la fuffa e tenere i pensieri profondi, se ne trovo, tracciare una mappa del festival, di questo grande circo d’intrattenimento colto, di cultura che sa farsi popolare, capita e amata. Però è difficile, andare in giro con un compito così, che oltretutto mi sono affidato da solo, e con questo sonno, e gli occhiali da sole regalati dallo sponsor ma il sole non c’è ancora, è troppo presto, e S’Archittu è lontana, e l’estate finita, o quasi, e Gramsci che piace a Bondi, al Poeta-Ministro Sandro Bondi, sarà una notizia o no? e i versi di Sandro Bondi, saranno poesia o no?, mi chiedo, ma no, non c’entra niente, con Mantova, è chiaro. Paolo Giordano, ottocentomila copie vendute, così mi dicono, il Premio Strega ventiquattrenne Paolo Giordano, sarà felice per davvero, con quel sorriso così giovane, così energetico, o dormirà male al pensiero del prossimo romanzo, di quanta gente non vede l’ora di sparargli contro, di buttarlo giù da un tale successo? E Scott Turow, mi viene in mente, non sarà stufo, di rispondere in tutto il mondo alle stesse domande, cosa pensi di Barack Obama, e del riscaldamento del pianeta, e del lodo Schifani, e di Canne al vento, e dei gialli scandinavi, e della nuova compagna di Frattini, e dell’ultimo Premio Nobel, e delle olimpiadi cinesi?, “Gli americani”, dice Turow in conferenza stampa, “Tollerano qualunque cosa purché sia nel loro interesse”, così dice, il miliardario avvocato laureato ad Harvard, il superamericano Turow. Invece il ministro Bondi, a Firenze, ha appena detto che Gramsci lo dovrebbero studiare tutti, nelle scuole. E Pennac, parlando ai giornalisti, nel suo francese pensoso ed energetico, Pennac ha detto: “Ogni romanziere ha un desiderio inconscio di ricreare un ordine a partire da una realtà che sembra ordinata, ma è in realtà molto incasinata”. Forse è per questo, mi viene in mente, che Veltroni scrive romanzi, e Franceschini anche, per ricreare un ordine, almeno lì, nelle pagine di fiction dei loro computer, almeno lì nell’universo fantastico, un ordine comprensibile, senza scissioni continue e assurde, senza faide sempiterne, senza correnti e fondazioni, un mondo dove il simpatico cantante pop Max Pezzali canta al Festivalbar, anziché alla Festa Democratica, per dire. “Tentare di catturare la realtà”, dice Pennac, “E’ tentare di dargli un ordine”. Sta parlando di letteratura, sembra un programma politico.

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IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE

Non è che sappia proprio esattamente precisamente quello che succederà, in questo Diario notturno del Festival di Mantova, giovedì venerdì e sabato, Flavio Soriga e Lella Costa, a me era sembrato che sarebbe stato facile, scrivere un resoconto degli accadimenti, mettermi lì un paio d’ore al pomeriggio e trovare un paio di trovate, costruire un paio di storie, mettere su un paio di battute, far ridere la gente di Mantova, i nemici del PIL della nazione, gli oziatori indefessi, i lettori instancabili, la bislacca combriccola italiana dei frequentatori delle idee, dei romanzi e dei saggi, gli amanti del perdere tempo tutta notte con una trama da seguire, i compatrioti lettori; mi era sembrata una passeggiata, questo compito di dar conto dell’accaduto, ogni sera, a Mantova, con la voce di Lella Costa. Soltanto: poi c’è stata l’estate, sono tornato in Sardegna, davanti alla laguna di Cabras, a passare agosto con gli amici, tutte le sere al Caribe a ballare il meglio degli anni ’80. Il meglio, si fa per dire. E d’improvviso mi sono accorto, diciamo così, ho avuto la certezza, che sarebbe arrivato il tre settembre, e non avrei saputo cosa dire, a Mantova. Infatti è così. Per esempio: avevo pensato di dire, il primo giorno, che l’Italia è l’unico Paese al mondo, oltre al Brasile, ad avere un Ministro della Cultura che pubblica versi. Il Brasile ha Gilberto Gil, noi abbiamo Sandro Bondi. Invece oggi, leggendo i giornali, ho scoperto che non è vero, che questa è un’affermazione falsa, tendenziosa, scorretta. Non è più ministro, infatti, Gilberto Gil. Quindi Bondi è rimasto l’unico, nel mondo, che io sappia, a fare il Ministro della cultura e pubblicare versi. Avevo anche pensato che avrei potuto proclamare, a Mantova, l’indipendenza della Repubblica delle Lettere, capitale Mantova, ambasciate operative a Gavoi (Repubblica Autonoma della Barbagia Libera) e Seneghe (Repubblica Autonoma del Montiferru Libero), prossime aperture di ambasciate in tutte le Libere Repubbliche dei Festival Letterari, poi mi sono ricordato che c’è già un Parlamento, a Mantova. Quello Padano. Troppo affollata, come Capitale. Ma c’è ancora, poi, il Parlamento Padano di Mantova? E comunque ormai questa idea, di proclamare la nascita di uno Stato Autonomo delle Lettere, ormai è superata, a causa di quello che è successo questa estate in Sardegna. Che forse gli italiani non lo sanno, non tutti, ma questa estate, c’è stato un signore, a Cabras, un indipendentista sardo, che ha occupato l’isoletta disabitata di Malu Entu, e ha piantato una bandiera nel centro dell’isola, e ha proclamato l’indipendenza della Libera Repubblica di Malu Entu. E ha avvisato i poliziotti della Digos, che circolavano lì davanti con delle barche, per cercare di capire bene quel che succedeva, li ha avvisati con un megafono che stavano violando le acque territoriali del suo Stato. E ha mandato una lettera all’ONU e una a Berlusconi, per avvisarli dell’avvenuta nascita del nuovo Stato, e Calderoli ha detto che sosterrà la sua causa, del Presidente di Malu Entu, presso gli organismi comunitari europei. E i giornali sardi per una settimana hanno raccontato questa storia, e nessuno ha fatto dell’ironia, erano dei resoconti molto seri, quelli dei giornali sardi, degli inviati nello Stato Autonomo di Malu Entu. E ha nominato dei Ministri, il Presidente dell’Isola, e si appresta a visitare gli Stati stranieri e a portare il suo messaggio di pace nel mondo. Se poi scrive anche un libro, nei prossimi mesi, magari l’anno prossimo lo possono invitare a Mantova, nella Libera Repubblica delle Lettere, per un Summit internazionale sui problemi dei Liberi Stati di fine estate. Anche Garcia Marquez, si potrebbe invitare, come ambasciatore di Macondo. E Calderoli, naturalmente, come osservatore internazionale, certo.

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IN FONDO, DA QUALCHE PARTE

Ti svegli alle sei, per esempio, e fuori è ancora buio e gli altri stanno dormendo, cos’è che non ti ha fatto riposare? Quella storia che stai pensando di scrivere da tanto tempo, si è inserita nei tuoi sogni e li ha agitati, pessimi sogni fanno sempre gli scrittori, anche quelli della domenica che non hanno romanzi da consegnare agli editori, pessimi sogni quando bisogna raccontare e le storie bussano alla porta dei sogni e quel personaggio non ti da tregua, ma di cosa parlano le tue storie? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, della paura della morte e della pesantezza e della gioia di vivere, bisognerebbe rispondere sempre, eppure non basta, dove hai preso l’idea per quel personaggio? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, quanto c’è di autobiografico in quel racconto? e davvero non sai cosa dire, inventi spiegazioni complesse dosando realtà e invenzione, ho preso il viso da mio zio carabiniere, il carattere da un vecchio amico con cui sono stato in vacanza una volta, il resto l’ho inventato, così rispondi, ma sono tutte bugie: non c’è niente che si inventa davvero, e niente ha mai davvero copiato dalla realtà. La mia malattia, questo dovresti rispondere, il mio essere nato diverso dagli altri, tutte quelle mattine passate in una corsia d’ospedale che è diventata un po’ casa mia, tutte quelle paure che hanno avuto le mie fidanzate, tutte le volte che ho odiato l’ottimismo cretino di qualche medico, il terrorismo scientifico di qualche altro, questo e solo questo mi fa mettere a scrivere, questo dovresti rispondere, e non lo fai mai. Beati gli scrittori facili di storie accattivanti tutte combinazioni e colpi di scena, beati gli inventori di romanzi gialli di serie, beati i leggeri creatori di investigatori sicuri e rassicuranti, beati gli scrittori che non hanno voglia di guardarsi dentro, in fondo in fondo, da qualche parte, dove c’è quella macchia nera che guida le nostre ansie e non ci fa dormire, beati i narratori che dormono fino alle dieci di mattina, le domeniche e i giorni di festa, e non gli capita mai quello che è capitato a te oggi e tante altre volte: di venire svegliato dai sogni troppo forti, dal bisogno di accendere il computer e fare ordine nelle paure, sono le sei e tutti dormono, da dove posso cominciare? Sei nato sano, e all’improvviso, un giorno d’estate, hai pensato che quel giorno non sarebbe mai più tornato, che quella donna che ti stava salutando dall’acqua, con un costume da bagno rosso e i capelli legati in una coda, che quella donna così bella ed eccitante presto sarebbe stata vecchia, o meno giovane comunque, o meno eccitante e piacevole da guardare, all’improvviso ti ha preso la paura di non poterne raccontare il viso, le parole, il profumo, all’improvviso un giorno una donna ti ha detto: Ho paura di perderti, voglio che mi abbracci, e ti sei profondamente spaventato e quella notte, come questa che è appena finita, non sei riuscito a dormire e al mattino hai scritto una lettera per lei che non le hai mai dato, Amico mia non devi avere paura, la paura uccide l’amore, non gliel’hai data ma è stato lo stesso, le parole ci segnano, per questo non possiamo scrivere tutto, ricordare tutto, raccontare tutto, perché troppo sarebbe altrimenti il peso dei nostri pensieri consegnati a un foglio e a una storia, troppo pesanti sarebbero i nostri giorni se davvero scrivessimo la realtà, per questo gli scrittori devono inventare, senza mai riuscire a staccarsi dalla loro vita, se sono buoni scrittori, sempre lì ti tocca ricominciare: da quella macchia silenziosa, da quel buco nella pancia, o da qualche altra parte, in fondo, che ti fa urlare e non ti lascia ai sogni tranquilli, che ti fa svegliare alle sei e accendere il computer, Sono nato un pomeriggio d’agosto di trentuno anni fa, scrivi, In una piccola isola del sud Italia, è tutto vero, è tutto inventato, come deve essere, come è normale, purché stanotte, almeno, si riesca a dormire.

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Lèggere

Non ci sono regole per contagiare alla lettura, si può solo provare, e sapere che fallire è la probabilità maggiore, Mio figlio non legge niente, si lamentano i padri sconsolati, e le madri, ingenuamente, provano con l’imperativo, che pure, si sa, non serve a niente: Leggi! e quello acchiappa il pallone e scappa per strada, nella piazza con gli altri ragazzi, si chiude in camera e manda messaggini, accende il video e la playstation, Leggi! Mamma, non ne ho voglia. I sociologi pronti danno dati, e gli insegnanti si disperano, e gli scrittori e i librai e tutti quanti: Qui non legge nessuno. Chissà cosa ci trovano, in questi libri, oggetti inanimati e muti, dopotutto, si chiedono i ragazzi non-lettori, e non riescono proprio a capire, come si fa a competere con le immagini tridimensionali, con i film a colori, con le avventure di draghi e guerrieri, con videogiochi e film hollywoodiani, con un bel film d’amore? A volte, nelle scuole, qualcuno coraggioso ti chiede: Ma tu, che scrivi per mestiere, a quest’età nostra di energia e di ormoni, stavi chiuso a leggere romanzi? No. Correre, giocare a tennis e al pallone, conquistare i prati e i boschi, fuggire in città nel pomeriggio, prendere un treno e un pullman, il sole al bastione, nessun libro reggeva il confronto. Nemmeno adesso, a dire il vero. Meglio dei libri, la vita, sempre. Però ogni tanto, rispondi a quei ragazzi, alle madri angosciate, ai padri disperati (Mio figlio non legge niente!), però ogni tanto, i libri salvano la vita. Certe mattine in ospedale, nessuna voglia di parlare con gli estranei, due o tre ore sdraiato in un letto, senza dolori ma con molta noia, quelle mattine ti ha salvato un libro, la storia di quell’uomo che vaga per l’Argentina e le sue fughe tra amanti e nemici, quell’altra di un assassino di Bologna con nome d’animale, quell’altra ancora di Venezia dopo la guerra e la sconfitta, di generali e nobildonne, di toreri e giornalisti, in quelle mattine d’ospedale, storie che ti hanno fatto passare il tempo, salvato il tempo. E per chi per fortuna non conosce ospedale, i treni, i viaggi in nave per il continente, i passaggi ponte e le scomode poltrone, quante volte ci ha salvato un libro, anche i non-lettori, o quelli occasionali, salvati da una trama in mezzo al mare aperto, tempo passato, tempo salvato. E come si fa, dunque, con questo figlio che non legge? Si aspetta, ché prima o poi la vita rallenta, e c’è posto per le storie scritte, per la voglia di stare soli, di conoscere altri luoghi senza uscire di casa, prima o poi si comincia così, scettici e svogliati, proviamo questo qui, e non si smette più, fino alla fine. E se non succede, se il figlio svogliato diventerà un non-lettore, c’è almeno la speranza che prima o poi si salvi, che scopra i segreti mondi più tardi, da adulto diventato padre, leggendo qualche favola a suo figlio, Papà, me la leggi quella di Alice e del Cappellaio? Dormi, risponde il padre non-lettore, ma l’imperativo non funziona neanche adesso, e tocca leggere davvero, e scoprire che non è poi così male, anche senza audio e dolby stereo, C’era una volta, dice il padre non-lettore, la vita rallentata, il tempo sospeso e la notte che passa, il bambino prende sonno, e lui continua, a voce bassa, incuriosito, chissà come finisce?

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Qualcosa di sinistra

LUISS

Dì qualcosa di sinistra, chiedeva Nanni Moretti a D’Alema in un suo film, Dì qualcosa di sinistra, e quello, ospite in tv di un qualche dibattito-confronto, quello niente, di sinistra nemmeno un concetto, una frase, un aggettivo, poi la sinistra le elezioni le perdeva, e Moretti, a casa sua a disperarsi davanti alla tv, il regista per disperazione faceva una cosa che mai aveva fatto prima: si preparava e accendeva un gran cannone. Fassino ci ha provato, l’altra sera in TV, a dire cose di sinistra, di centro-sinistra perlomeno, riformiste se non altro, progressiste, era lì coi suoi occhiali sul naso, laboriosamente citava dati e dichiarazioni, sudava sul Cuneo Fiscale provando a tradurre finanza e fisco in soldoni comprensibili, Non sono contrario al taglio dell’IRAP, diceva - o forse era l’IRPEF o l’ICI o chissà cosa, noi digiuni di finanza e fisco lì a sforzarci, cercare di capire - Non sono contrario, ma il governo l’ha fatto male, questo taglio - o troppo o troppo poco, chissà com’era – sì, ma: arriva la cosa di sinistra? forse le ha dette, Fassino, nella sua precisione sabauda da implacabile contabile revisore del Governo per conto dell’opposizione, forse le ha dette, le cose di sinistra, citava recessioni europee meno grigie della nostra, era tutto uno zero-virgola e un uno-virgola, tutto un accavallarsi di numeri che smentiscono e numeretti che precisano, Sì, ma, pensavi da casa soffrendo con lui, Sì, ma, dì qualcosa di più forte, se non proprio di sinistra dì qualcosa di chiaro suggestivo, e forse le stava dicendo ma non era facile capirlo, ancora Cunei Fiscali e Fiscal Drag e previsioni e occhiali sul naso e dati da leggere - Sarà obbligatorio fare così? ti chiedevi da casa, Sarà obbligatorio tenere questi modi da contabili da zero-virgola, quando si parla di politica in tv, sarà la politica nuova che ci aspetta, ti chiedevi davanti alla tv, il seguito ha dimostrato il contrario, le cose di sinistra sono venute fuori, in effetti, solo, non le ha dette Fassino, una l’ha detta un democristiano che gli sedeva accanto, Bisogna rilanciare una lotta dura all’evasione fiscale, ha detto tutto compito ma deciso, Perché in Italia ha percentuali insostenibili, in Italia c’è un venti per cento di evasione fiscale - ha detto il democristiano con voce beneducata ma convinta, Fassino ha annuito, Certo, giusto - ha provato a ripetere il concetto, ma sembrava un po’ tardi, dopo aver sudato per mezz’ora sul Cuneo Fiscale e sulle detrazioni e sugli zerovirgola degli altri europei, è sembrato che il democristiano gliel’avesse scippata, una cosa di sinistra, e un’altra l’ha poi detta un signore che a sentire il suo lavoro l’avresti detto tecnocrate di quelli tutti cifre e liberismo, direttore o presidente dell’università LUISS di Roma, un’università che costa seimila euro all’anno, l’università dei ricchi, dei plutocrati, delle elite, dei superpotenti, così si poteva credere fino all’altra sera, quando invece il direttore o presidente della LUISS ha partecipato a questa trasmissione e ha parlato due volte, e due volte ha detto cose che altro che Fiscal Drag, altro che Cuneo Fiscale, L’Italia è un paese che non produce più classi dirigenti competenti e serie - ha detto il capo della LUISS - I dirigenti del nostro paese prendono una barca di soldi per comandare delle aziende monopoliste, che sfruttano la loro posizione di monopolisti dell’elettricità, della telefonia, dei pedaggi, e più sono protette e monopoliste queste aziende, più soldi pagano ai loro amministratori - così ha detto nel suo primo intervento il capo dell’università delle elite del nostro paese, e nel secondo ha detto In Italia non esiste una condivisione di obbiettivi, in Italia non esiste una società che abbia il senso della convivenza, in Italia sta ormai trionfando un egoismo miope, non ci sono progetti sociali condivisi, obbiettivi di benessere sociale per tutti, in Italia trionfa l’egoismo - così ha detto più o meno, Fassino ha annuito, Moretti se era a casa a guardare la TV, deve avere dato fondo alle riserve, o chiamato il fornitore in tutta fretta, un cannone allegro per questo compagno non sperato, per la politica dei concetti alti, degli obbiettivi e dei progetti forti, un po’ più forti delle cifre da contabile, un cannone per i compagni della LUISS.

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Concerto Afterhours

Anfiteatro Romano 11 08 06

Chissà se è andato al mare, prima del concerto, Manuel Agnelli, si chiede una ragazza con la maglietta di Germi, Con la moglie e la figlia, dice il fidanzato, Sicuro che ci sono andati, Chissà se è abbronzato, dice lei, chissà se fanno i pezzi in inglese. Le magliette hanno le parole delle canzoni, le magliette degli Afterhours indossate dal loro pubblico - Lo sai se l’amore è una patologia, riuscirò a estirparlo via – chissà che impressione farà, vedere un gruppo rock che non ha mai ceduto al commerciale, che non ha mai addolcito i toni, che ha suonato dappertutto sempre, come sarà vedere suonare gli Afterhours all’anfiteatro, con le luci soffuse sulle scalinate, i posti numerati, Sono diventati fighetti, dice un trentenne nuorese, Vedrai che faranno una versione slow, dice un altro, ma non è così: che sia andato al mare o no, che abbia cenato al Corsaro o in trattoria, Agnelli sale sul palco e attacca con uno dei pezzi più forti dell’ultimo album, attacca con una scarica di energia, ed energia emetterà la sua chitarra, e la sua voce e il suo corpo, per tutto il concerto, salterà e agiterà la chitarra e trascinerà i musicisti e il pubblico e farà, sarà, una vera e pura e semplice rock star. Nessuna versione slow, per questo spettacolo da anfiteatro, un inizio fortissimo e i successi e i nuovi brani e le ballate cantate dal pubblico, parole ormai di tutti, chissà se davvero possono cambiare il modo di vedere la vita, certo entrano in testa, sono nella testa di tutti, qui, chi li ha già visti suonare cento volte e chi è la prima volta - Stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore è un rogo - suonano per un’ora e mezza soltanto, gli Afterhours, e questo dispiace un po’ a tutti, soltanto questo, E’ ingrassato, dice una tipa all’amica, Sta invecchiando, dice lei e ha ragione, anche Agnelli invecchia, il rock invecchia, ma si salvano senz’altro le chitarre e la loro energia, e le parole sulle magliette, e quelle che ti porti in testa, e l’età di chi le ha scritte non conta nulla, e il posto in cui le hai ascoltate, in fondo, nemmeno quello.

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America

Non siamo antiamericani perché la Rockfeller Foundation ha reso questa terra libera dalla malaria, nostro male di sempre, nostro male terribile di ogni tempo, la malaria assassina invincibile, non possiamo essere nemici per principio di una terra che ha mandato qui i suoi tecnici e i suoi scienziati a uccidere questo male, non possiamo essere antiamericani perché la nostra gente ha da sempre una malattia che si chiama talassemia o anemia mediterranea o morbo di Cooley, e Thomas B. Cooley per primo l’ha studiata, ed era un medico del Michigan, un medico americano, non possiamo essere antiamericani per quello che è successo, per la nostra storia, e per quello che ci piace, perché Hemingway era americano, e Scott Fitzgerald e John Fante, perché Eddie Vedder è americano, e lo erano Kurt Cobain e Chat Baker, perché lo sono gli studenti di Seattle e quelli di Austin, perché questo computer è americano e la penna su questo tavolo, perché Mohammed Alì è americano, e Michael Moore e Philiph Roth e Woody Allen e Tom Waits e Lou Reed. Non si può essere antiamericani. Non si è antiamericani se si pensa che Decimomannu e Teulada e La Maddalena sono Sardegna, e la Sardegna ha diritto di decidere sui suoi terreni, sulle sue coste, sul suo mare, come gli americani fanno nel loro paese. Non si è antiamericani se si dice che non c’è motivo per cui la nostra terra subisca le immense servitù militari che subisce, se si dice che gli Stati Uniti hanno terre abbastanza per addestrare lì i loro piloti e i loro comandanti e i loro militari, non nel nostro cielo e nei nostri mari, che i contadini e i pescatori sardi devono poter coltivare e pescare qui, a casa loro, tutto l’anno. Non possiamo essere antiamericani, non lo siamo, noi sardi. Ma vorremmo che l’Italia si ricordasse che questa terra è nostra, e che non è un campo di esercitazione, non lo può essere, deve smettere di esserlo.

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READING PAOLO FRESU/STEFANO BENNU

CAPO MANNU, ALTRIMARI, 27 LUGLIO 2006

Prima di tutto: che bella questa due giorni di Capo Mannu, voluta dal Comune di San Vero Milis, dall’assessore e critico d’arte Ivo Serafino Fenu, e da Stefano Benni. Esperimento perfettamente riuscito, prima di tutto va detto questo: pubblico tanto, e felice. Altri Mari, è stata chiamata la rassegna, molti mari diversi: non solo quello delle barche di lusso, dei bagnanti del ferragosto, del Turismo di venti giorni di piena estate: il mare dei pescatori, di gente di passaggio, di mercanti di bottarga, di musicisti giramondo, di viaggiatori che fanno cento chilometri per vedere e ascoltare un progetto originale, un concerto-lettura che ha visto sul palco scrittori e narrastorie, jazzisti tunisini e trombettisti sardissimi. Una rassegna che si è voluta richiamare al meticciato, e davvero è sembrato che questo angolo di oristanese fosse il posto adatto per farlo: un pezzo di Sardegna con caratteri tutti suoi, una certa abitudine a pensarsi luogo di mezzo, tra lagune e stagni e saline e mare, a metà tra il nord e il sud dell’isola. Ed è stata giusta, anche se forse in qualche modo obbligata, l’idea di iniziare da un sardo di questi luoghi che sardo non è, ma lo è, quanto è sardo il meticcio Stefano Benni, quanto è suonato naturale il suo leggere nella nostra lingua, in un linguaggio che ha mischiato sardo e spagnolo, greco e arabo e siciliano e genovese. Stefano Benni e Paolo Fresu, sardo del mondo, due amici meticci su un palco perso in mezzo alla campagna, il mare tutto intorno, a raccontare di marinai e incantesimi, di mare cattivo e padrone e amico e infido e accogliente, a cercare nella poesia di un linguaggio multilingue la via per dire l’ovvio in un modo nuovo, per dire la ferocia e la magia dei mari nostri, di ogni mare, quando da lì, da quell’acqua immensa, deve venire il lavoro, il guadagno, la vita, e non solo il gusto di cinque giorni ad abbronzarsi, e allora sono scommessa e fatica e follia, i giorni su una barca: allora il mare è mannu, è padrone, è matri. Il mare di Capo Mannu è stato quello del capitano Achab e di Moby Dick, di David Riondino che da voce a Melville, di Dhafer Youssef e dei suoi canti magrebini, delle migliaia di sardi e turisti costretti, felicemente costretti, a fare venti minuti a piedi per seguire lo spettacolo in uno scenario incredibile, come ormai spesso capita in Sardegna, da Santa Teresa a Berchidda, da Gavoi a Seneghe. Terra di turisti delle Coste ricchissime, ma anche di viaggiatori, gente di passaggio che si spera sappia rallentare, capire che la vacanza è anche lentezza, ascolto, tempi notturni più dilatati: Questa è la storia di una balena, questa è la voce di un marinaio. Di meticciati e di incantesimi del mare potrà dire ancora Altri Mari, nei prossimi anni, se avrà forza per ripetersi e cercare nuovi luoghi ancora, una nuova strada per raccontarci con molte voci diverse e non solo nostre, noi meticci sardi di oggi.

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