home___contatti___pposta___libri___recensioni___articoli___link___appuntamenti___
--- L'amore a Londra e in altri luoghi --- in libreria per Bompiani ---
|
CEMENTO AMBIENTE E SCRITTORI IN SARDEGNA Diario 7 settembre per L’Unità Diario 5 settembre per unità IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE IL FESTIVAL CHE VORREI RACCONTARE IN FONDO, DA QUALCHE PARTE Lèggere Qualcosa di sinistra Concerto Afterhours America READING PAOLO FRESU/STEFANO BENNU
|
2 11 08
16 12 08
PER L’UNITA’ 26 12 2008
Ieri, sabato 6 settembre, sono andato in sala stampa a chiedere ad alcuni giornalisti cosa gli è piaciuto di più, di Mantova 2008. Qualcuno dice che in realtà non ci si può emozionare, ai festival, non da giornalisti, perché è come essere dei verbalizzatori. Todde, mi dice qualcuno, lo scrittore cagliaritano che racconta una parola sarda, “Scrammentàu”, rimanere scottati da una brutta esperienza, e accanto a lui una scrittrice islandese che parla di digressioni, di come ci si può perdere in un racconto, allungando la vita e allontanando la morte. Qualcuno mi dice che Arbasino è stato simpatico, ha detto delle cose molto belle. La battuta migliore, mi dice qualcuno, L’ha detta lo scrittore svedese Leif G.W. Tersson, che doveva essere intervistato da Lucarelli, ma Lucarelli non è arrivato, e lui ha chiesto: Ma cos’è successo, a Lucarelli, l’hanno ucciso? Rithy Panh, mi dice qualcuno, giornalista cambogiano, che ha vissuto per un anno e mezzo tra le prostitute in un palazzo di Phom Penh, e queste donne non le aveva mai raccontate nessuno, vivono lì, schiavizzate, usate, e quando non sono con I clienti si drogano per dimenticare. E questo scrittore ha scritto un libro, La carta non può avvolgere la brace, pubblicato da OBARRAO, ed è una persona molto umile, mi dice qualcuno. Un poeta e una poetessa israeliani, pubblicati entrambi da BELFORTE: Tali Latowicki, “Camera obscura”, e Shimon Adaf, “Forte come la morte è l’amore”. Due trentenni, mi dice qualcuno, la cui poesia è d’amore e d’erotismo, ma con uno sfondo politico, anche. Qualcuno mi dice che Latowicki ha detto che la società israeliana sembra essere caduta in una sorta di disperazione apatica, e che perché si scrolli di dosso questo sentimento servirà tutta l’energia delle nuove generazioni, e speriamo che basti. Questo mi è stato detto, ieri, in sala stampa, al Festivaletteratura, edizione 2008, e così finisce il mio diario, per quest’anno, e viva I lettori, viva I poeti, viva I volontari di Mantova, viva Rodari e viva la fantasia, sì. E' come se la gente, a questi Festival, volesse sentire parole piu' pesanti, come se pretendesse, in qualche modo, di ascoltare idee meno insipide del solito, come uno slow food del pensiero, dopo tanto macdonald's alla tv. Lo sappiamo, lo sanno tutti, che i politici, e i giornalisti, alcuni, quelli famosi, i personaggi, non fanno in tempo, a pensare, devono sempre parlare, trovare qualcosa da dire ai microfoni, alle telecamere, continuamente, e va bene qualunque cosa, purché si senta la voce, la si riconosca, purché si veda il viso, rassicurante, incombente, sempre quello da quindici o vent'anni. E' come se uno scrittore, ci si aspettasse, si sperasse ancora, che ogni tanto dicesse: “No, grazie, oggi non posso parlare, non ho fatto in tempo a riflettere“. Se un giorno, per caso, un politico, sorridendo ai microfoni di tutti i TG, guardando in faccia gli inviati, le croniste, gli incolpevoli registratori dell'ovvio detto in pompa magna; se un uomo politico un giorno dicesse: “Scusate, oggi davvero no, non è che non ho nulla da dire, è che non mi sembra importante, e non voglio occupare le orecchie, gli occhi dei miei elettori, per parole tanto poco interessanti, scusate, oggi niente dichiarazione”. Ecco, se un giorno succedesse questo, forse perderebbero pubblico, I Festival della letteratura. Ma intanto è pieno di lettori, in giro per Mantova, e si capisce che chiedono di più che un semplice incontro con il loro autore più amato, vogliono qualcosa, e non è ben chiaro cosa, un pronostico, un’analisi, una spiegazione, qualcosa così, meno banale possibile. Poi, non è detto che ci riescano, gli scrittori, e le poetesse nemmeno, a mantenere tante attese. Ieri ignontemattina abbiamo ascoltato una grande maestra, un’anziana signora acciaccata, carica di vita e ferite, gridare che i giovinastri, sono avidi, parlano al telefono, anziché scrivere, come faceva lei. E il giorno prima, un grande attore infuriato, anche lui ce l’aveva con i giovani, superficiali, naturalmente, e non scrivono, e guardano la tv, troppa tv. Ed è così facile, tutti quanti, dopo i cinquant’anni, gridare al mondo che i tempi nuovi fanno schifo, e le generazioni nuove senza speranza, ed era meglio prima, come no? Sembra la malattia nazionale, questa di credere che chi ha meno di quarant’anni non capisce nulla, che tutti I ragazzi sono svogliati, cretinetti, senza pensieri, come no?, E invece è pieno di buoni ventenni, questo Paese, per fortuna, e di trentenni, e come esempio vorrei citare Valeria Parrella, e il suo libro, “Lo spazio bianco”, bellissimo e pieno di saggezza, e forza, e chi è a Mantova venga all’incontro suo con Lella Costa, questo pomeriggio alle 18.30, al Museo Diocesano, se può. E gli incontri di oggi con Fabio Stassi, vorrei suggerire, uno scrittore che ha molte cose da dire, e sa come dirle, con l’energia di chi è ancora giovane, e la saggezza di chi sa che non bastano gli anni, a farci saggi, proprio no. Sono uscito presto, questa mattina, a Mantova, perché non ho dormito molto, la notte scorsa, da solo in una camera bellissima di un B&B bellissimo di via Fratelli Bandiera, a Mantova, al Festivaletteratura 2008, e devo scrivere un Diario di queste giornate, e dovrei dunque fare il pieno di notizie, capire bene cosa è importante e cosa no, discernere i pettegolezzi letterari dalle belle parole poetiche o profetiche, è questo che mi si chiede, penso, passeggiando assonnato nell’alba padana, levare via la fuffa e tenere i pensieri profondi, se ne trovo, tracciare una mappa del festival, di questo grande circo d’intrattenimento colto, di cultura che sa farsi popolare, capita e amata. Però è difficile, andare in giro con un compito così, che oltretutto mi sono affidato da solo, e con questo sonno, e gli occhiali da sole regalati dallo sponsor ma il sole non c’è ancora, è troppo presto, e S’Archittu è lontana, e l’estate finita, o quasi, e Gramsci che piace a Bondi, al Poeta-Ministro Sandro Bondi, sarà una notizia o no? e i versi di Sandro Bondi, saranno poesia o no?, mi chiedo, ma no, non c’entra niente, con Mantova, è chiaro. Paolo Giordano, ottocentomila copie vendute, così mi dicono, il Premio Strega ventiquattrenne Paolo Giordano, sarà felice per davvero, con quel sorriso così giovane, così energetico, o dormirà male al pensiero del prossimo romanzo, di quanta gente non vede l’ora di sparargli contro, di buttarlo giù da un tale successo? E Scott Turow, mi viene in mente, non sarà stufo, di rispondere in tutto il mondo alle stesse domande, cosa pensi di Barack Obama, e del riscaldamento del pianeta, e del lodo Schifani, e di Canne al vento, e dei gialli scandinavi, e della nuova compagna di Frattini, e dell’ultimo Premio Nobel, e delle olimpiadi cinesi?, “Gli americani”, dice Turow in conferenza stampa, “Tollerano qualunque cosa purché sia nel loro interesse”, così dice, il miliardario avvocato laureato ad Harvard, il superamericano Turow. Invece il ministro Bondi, a Firenze, ha appena detto che Gramsci lo dovrebbero studiare tutti, nelle scuole. E Pennac, parlando ai giornalisti, nel suo francese pensoso ed energetico, Pennac ha detto: “Ogni romanziere ha un desiderio inconscio di ricreare un ordine a partire da una realtà che sembra ordinata, ma è in realtà molto incasinata”. Forse è per questo, mi viene in mente, che Veltroni scrive romanzi, e Franceschini anche, per ricreare un ordine, almeno lì, nelle pagine di fiction dei loro computer, almeno lì nell’universo fantastico, un ordine comprensibile, senza scissioni continue e assurde, senza faide sempiterne, senza correnti e fondazioni, un mondo dove il simpatico cantante pop Max Pezzali canta al Festivalbar, anziché alla Festa Democratica, per dire. “Tentare di catturare la realtà”, dice Pennac, “E’ tentare di dargli un ordine”. Sta parlando di letteratura, sembra un programma politico. Non è che sappia proprio esattamente precisamente quello che succederà, in questo Diario notturno del Festival di Mantova, giovedì venerdì e sabato, Flavio Soriga e Lella Costa, a me era sembrato che sarebbe stato facile, scrivere un resoconto degli accadimenti, mettermi lì un paio d’ore al pomeriggio e trovare un paio di trovate, costruire un paio di storie, mettere su un paio di battute, far ridere la gente di Mantova, i nemici del PIL della nazione, gli oziatori indefessi, i lettori instancabili, la bislacca combriccola italiana dei frequentatori delle idee, dei romanzi e dei saggi, gli amanti del perdere tempo tutta notte con una trama da seguire, i compatrioti lettori; mi era sembrata una passeggiata, questo compito di dar conto dell’accaduto, ogni sera, a Mantova, con la voce di Lella Costa. Soltanto: poi c’è stata l’estate, sono tornato in Sardegna, davanti alla laguna di Cabras, a passare agosto con gli amici, tutte le sere al Caribe a ballare il meglio degli anni ’80. Il meglio, si fa per dire. E d’improvviso mi sono accorto, diciamo così, ho avuto la certezza, che sarebbe arrivato il tre settembre, e non avrei saputo cosa dire, a Mantova. Infatti è così. Per esempio: avevo pensato di dire, il primo giorno, che l’Italia è l’unico Paese al mondo, oltre al Brasile, ad avere un Ministro della Cultura che pubblica versi. Il Brasile ha Gilberto Gil, noi abbiamo Sandro Bondi. Invece oggi, leggendo i giornali, ho scoperto che non è vero, che questa è un’affermazione falsa, tendenziosa, scorretta. Non è più ministro, infatti, Gilberto Gil. Quindi Bondi è rimasto l’unico, nel mondo, che io sappia, a fare il Ministro della cultura e pubblicare versi. Avevo anche pensato che avrei potuto proclamare, a Mantova, l’indipendenza della Repubblica delle Lettere, capitale Mantova, ambasciate operative a Gavoi (Repubblica Autonoma della Barbagia Libera) e Seneghe (Repubblica Autonoma del Montiferru Libero), prossime aperture di ambasciate in tutte le Libere Repubbliche dei Festival Letterari, poi mi sono ricordato che c’è già un Parlamento, a Mantova. Quello Padano. Troppo affollata, come Capitale. Ma c’è ancora, poi, il Parlamento Padano di Mantova? E comunque ormai questa idea, di proclamare la nascita di uno Stato Autonomo delle Lettere, ormai è superata, a causa di quello che è successo questa estate in Sardegna. Che forse gli italiani non lo sanno, non tutti, ma questa estate, c’è stato un signore, a Cabras, un indipendentista sardo, che ha occupato l’isoletta disabitata di Malu Entu, e ha piantato una bandiera nel centro dell’isola, e ha proclamato l’indipendenza della Libera Repubblica di Malu Entu. E ha avvisato i poliziotti della Digos, che circolavano lì davanti con delle barche, per cercare di capire bene quel che succedeva, li ha avvisati con un megafono che stavano violando le acque territoriali del suo Stato. E ha mandato una lettera all’ONU e una a Berlusconi, per avvisarli dell’avvenuta nascita del nuovo Stato, e Calderoli ha detto che sosterrà la sua causa, del Presidente di Malu Entu, presso gli organismi comunitari europei. E i giornali sardi per una settimana hanno raccontato questa storia, e nessuno ha fatto dell’ironia, erano dei resoconti molto seri, quelli dei giornali sardi, degli inviati nello Stato Autonomo di Malu Entu. E ha nominato dei Ministri, il Presidente dell’Isola, e si appresta a visitare gli Stati stranieri e a portare il suo messaggio di pace nel mondo. Se poi scrive anche un libro, nei prossimi mesi, magari l’anno prossimo lo possono invitare a Mantova, nella Libera Repubblica delle Lettere, per un Summit internazionale sui problemi dei Liberi Stati di fine estate. Anche Garcia Marquez, si potrebbe invitare, come ambasciatore di Macondo. E Calderoli, naturalmente, come osservatore internazionale, certo. Ti svegli alle sei, per esempio, e fuori è ancora buio e gli altri stanno dormendo, cos’è che non ti ha fatto riposare? Quella storia che stai pensando di scrivere da tanto tempo, si è inserita nei tuoi sogni e li ha agitati, pessimi sogni fanno sempre gli scrittori, anche quelli della domenica che non hanno romanzi da consegnare agli editori, pessimi sogni quando bisogna raccontare e le storie bussano alla porta dei sogni e quel personaggio non ti da tregua, ma di cosa parlano le tue storie? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, della paura della morte e della pesantezza e della gioia di vivere, bisognerebbe rispondere sempre, eppure non basta, dove hai preso l’idea per quel personaggio? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, quanto c’è di autobiografico in quel racconto? e davvero non sai cosa dire, inventi spiegazioni complesse dosando realtà e invenzione, ho preso il viso da mio zio carabiniere, il carattere da un vecchio amico con cui sono stato in vacanza una volta, il resto l’ho inventato, così rispondi, ma sono tutte bugie: non c’è niente che si inventa davvero, e niente ha mai davvero copiato dalla realtà. La mia malattia, questo dovresti rispondere, il mio essere nato diverso dagli altri, tutte quelle mattine passate in una corsia d’ospedale che è diventata un po’ casa mia, tutte quelle paure che hanno avuto le mie fidanzate, tutte le volte che ho odiato l’ottimismo cretino di qualche medico, il terrorismo scientifico di qualche altro, questo e solo questo mi fa mettere a scrivere, questo dovresti rispondere, e non lo fai mai. Beati gli scrittori facili di storie accattivanti tutte combinazioni e colpi di scena, beati gli inventori di romanzi gialli di serie, beati i leggeri creatori di investigatori sicuri e rassicuranti, beati gli scrittori che non hanno voglia di guardarsi dentro, in fondo in fondo, da qualche parte, dove c’è quella macchia nera che guida le nostre ansie e non ci fa dormire, beati i narratori che dormono fino alle dieci di mattina, le domeniche e i giorni di festa, e non gli capita mai quello che è capitato a te oggi e tante altre volte: di venire svegliato dai sogni troppo forti, dal bisogno di accendere il computer e fare ordine nelle paure, sono le sei e tutti dormono, da dove posso cominciare? Sei nato sano, e all’improvviso, un giorno d’estate, hai pensato che quel giorno non sarebbe mai più tornato, che quella donna che ti stava salutando dall’acqua, con un costume da bagno rosso e i capelli legati in una coda, che quella donna così bella ed eccitante presto sarebbe stata vecchia, o meno giovane comunque, o meno eccitante e piacevole da guardare, all’improvviso ti ha preso la paura di non poterne raccontare il viso, le parole, il profumo, all’improvviso un giorno una donna ti ha detto: Ho paura di perderti, voglio che mi abbracci, e ti sei profondamente spaventato e quella notte, come questa che è appena finita, non sei riuscito a dormire e al mattino hai scritto una lettera per lei che non le hai mai dato, Amico mia non devi avere paura, la paura uccide l’amore, non gliel’hai data ma è stato lo stesso, le parole ci segnano, per questo non possiamo scrivere tutto, ricordare tutto, raccontare tutto, perché troppo sarebbe altrimenti il peso dei nostri pensieri consegnati a un foglio e a una storia, troppo pesanti sarebbero i nostri giorni se davvero scrivessimo la realtà, per questo gli scrittori devono inventare, senza mai riuscire a staccarsi dalla loro vita, se sono buoni scrittori, sempre lì ti tocca ricominciare: da quella macchia silenziosa, da quel buco nella pancia, o da qualche altra parte, in fondo, che ti fa urlare e non ti lascia ai sogni tranquilli, che ti fa svegliare alle sei e accendere il computer, Sono nato un pomeriggio d’agosto di trentuno anni fa, scrivi, In una piccola isola del sud Italia, è tutto vero, è tutto inventato, come deve essere, come è normale, purché stanotte, almeno, si riesca a dormire.
Non ci sono regole per contagiare alla lettura, si può solo provare, e sapere che fallire è la probabilità maggiore, Mio figlio non legge niente, si lamentano i padri sconsolati, e le madri, ingenuamente, provano con l’imperativo, che pure, si sa, non serve a niente: Leggi! e quello acchiappa il pallone e scappa per strada, nella piazza con gli altri ragazzi, si chiude in camera e manda messaggini, accende il video e la playstation, Leggi! Mamma, non ne ho voglia. I sociologi pronti danno dati, e gli insegnanti si disperano, e gli scrittori e i librai e tutti quanti: Qui non legge nessuno. Chissà cosa ci trovano, in questi libri, oggetti inanimati e muti, dopotutto, si chiedono i ragazzi non-lettori, e non riescono proprio a capire, come si fa a competere con le immagini tridimensionali, con i film a colori, con le avventure di draghi e guerrieri, con videogiochi e film hollywoodiani, con un bel film d’amore? A volte, nelle scuole, qualcuno coraggioso ti chiede: Ma tu, che scrivi per mestiere, a quest’età nostra di energia e di ormoni, stavi chiuso a leggere romanzi? No. Correre, giocare a tennis e al pallone, conquistare i prati e i boschi, fuggire in città nel pomeriggio, prendere un treno e un pullman, il sole al bastione, nessun libro reggeva il confronto. Nemmeno adesso, a dire il vero. Meglio dei libri, la vita, sempre. Però ogni tanto, rispondi a quei ragazzi, alle madri angosciate, ai padri disperati (Mio figlio non legge niente!), però ogni tanto, i libri salvano la vita. Certe mattine in ospedale, nessuna voglia di parlare con gli estranei, due o tre ore sdraiato in un letto, senza dolori ma con molta noia, quelle mattine ti ha salvato un libro, la storia di quell’uomo che vaga per l’Argentina e le sue fughe tra amanti e nemici, quell’altra di un assassino di Bologna con nome d’animale, quell’altra ancora di Venezia dopo la guerra e la sconfitta, di generali e nobildonne, di toreri e giornalisti, in quelle mattine d’ospedale, storie che ti hanno fatto passare il tempo, salvato il tempo. E per chi per fortuna non conosce ospedale, i treni, i viaggi in nave per il continente, i passaggi ponte e le scomode poltrone, quante volte ci ha salvato un libro, anche i non-lettori, o quelli occasionali, salvati da una trama in mezzo al mare aperto, tempo passato, tempo salvato. E come si fa, dunque, con questo figlio che non legge? Si aspetta, ché prima o poi la vita rallenta, e c’è posto per le storie scritte, per la voglia di stare soli, di conoscere altri luoghi senza uscire di casa, prima o poi si comincia così, scettici e svogliati, proviamo questo qui, e non si smette più, fino alla fine. E se non succede, se il figlio svogliato diventerà un non-lettore, c’è almeno la speranza che prima o poi si salvi, che scopra i segreti mondi più tardi, da adulto diventato padre, leggendo qualche favola a suo figlio, Papà, me la leggi quella di Alice e del Cappellaio? Dormi, risponde il padre non-lettore, ma l’imperativo non funziona neanche adesso, e tocca leggere davvero, e scoprire che non è poi così male, anche senza audio e dolby stereo, C’era una volta, dice il padre non-lettore, la vita rallentata, il tempo sospeso e la notte che passa, il bambino prende sonno, e lui continua, a voce bassa, incuriosito, chissà come finisce?
LUISS Anfiteatro Romano 11 08 06
Non siamo antiamericani perché la Rockfeller Foundation ha reso questa terra libera dalla malaria, nostro male di sempre, nostro male terribile di ogni tempo, la malaria assassina invincibile, non possiamo essere nemici per principio di una terra che ha mandato qui i suoi tecnici e i suoi scienziati a uccidere questo male, non possiamo essere antiamericani perché la nostra gente ha da sempre una malattia che si chiama talassemia o anemia mediterranea o morbo di Cooley, e Thomas B. Cooley per primo l’ha studiata, ed era un medico del Michigan, un medico americano, non possiamo essere antiamericani per quello che è successo, per la nostra storia, e per quello che ci piace, perché Hemingway era americano, e Scott Fitzgerald e John Fante, perché Eddie Vedder è americano, e lo erano Kurt Cobain e Chat Baker, perché lo sono gli studenti di Seattle e quelli di Austin, perché questo computer è americano e la penna su questo tavolo, perché Mohammed Alì è americano, e Michael Moore e Philiph Roth e Woody Allen e Tom Waits e Lou Reed. Non si può essere antiamericani. Non si è antiamericani se si pensa che Decimomannu e Teulada e La Maddalena sono Sardegna, e la Sardegna ha diritto di decidere sui suoi terreni, sulle sue coste, sul suo mare, come gli americani fanno nel loro paese. Non si è antiamericani se si dice che non c’è motivo per cui la nostra terra subisca le immense servitù militari che subisce, se si dice che gli Stati Uniti hanno terre abbastanza per addestrare lì i loro piloti e i loro comandanti e i loro militari, non nel nostro cielo e nei nostri mari, che i contadini e i pescatori sardi devono poter coltivare e pescare qui, a casa loro, tutto l’anno. Non possiamo essere antiamericani, non lo siamo, noi sardi. Ma vorremmo che l’Italia si ricordasse che questa terra è nostra, e che non è un campo di esercitazione, non lo può essere, deve smettere di esserlo.
CAPO MANNU, ALTRIMARI, 27 LUGLIO 2006
|
© sul sito e tutti i suoi contenuti