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--- L'amore a Londra e in altri luoghi --- in libreria per Bompiani ---

a mantova nel 2004

-=Guestbook=-


appuntamenti

Prefazione

___Poco importa se siano sardi di Nuraiò Villasor Serramanna oppure siciliani di Grammichele Valguarnera Serradifalco, i "diavoli" di Soriga hanno la scarlatta sfraghìs d'un dna isolano. Nascono muoiono impazziscono sfregiati e decorati dall'Insula che gli si appicica addosso come il tatuagio d'un acquila reale sul dorso di un ergastolano o la medaglia d'oro sulla tomba del Milite Ignoto.
___Lapilli di lava ruttati dallo stomaco infuocato d'un vulcano o pupille marine sfrattate da Oceano Padre o dalle ninfette, sue figlie, le Oceanine occhioglauco, recitando la traballante palliata della vita viaggiando, per trazzere di polvere, in un viaggio di sola andata, clandestini passeggeri dentro un baule di cartone, con le borchie in finto oro, dove maschere coturni parrucche spilazzate e falli giganti intonano nuovi epicedi per canovacci vecchi, vecchie fatture per un malocchio nuovo.
___Creature plioceniche, quelle di Soriga, risorte come dinosauri della fantascienza da un fossile dormiente cromosoma, attori da Miniambi, che ruzzolano si ubriacano o semplicemente sognano, nell'affollato vagone-merci della prosa, il libero metro della poesia.
___Esseri mimo e mithopoietici, che saccheggiano l'epos di una geografia emarginata ed emarginante, figli d'un dio minore, prometei e vagabondi, aedi e truffatori, Titani e Francischeddi, compari d'un dimoniu che li guarisce dalla pazzia con la fattura bianca, e poi lucidi e selvaggi li consegna al nuovo demonio-cancro che li ucciderà.
___Demoni sacri e guaritori, quelli di Soriga, violati dalla violenza della Storia, guardati a vista dall'occhio empio di due empi guardiani, Kratos e Bia, intrappolati nella placenta buia dell'Insula, da cui nessuno fugge davvero, e l'avventura, per ignote rotte di libertà, si segna solo con l'invisibile inchiostro della fantasticheria sulla cartina consunta del desiderio.
___Dall'Isola non si salva nessuno, non si salvano i diavoli della sada Nuraiò, come non si salvano i diavoli della sicula Grammichele, non si salvano i figli che "sniffano e bevono un mucchio di birra senza vomitare" come non si salvano i padri che andavano a messa, prendevano la comunione, e "giocavano a carte felici di poter bestemmiare".
___Diavoli di ieri e di oggi, di Nuraiò o Serradifalco, dannati nel cilicio sanguinario d'un diritto d'onore che disonora, che divora la carne ma tiene in piedi il gigante di paglia e non gli fa succhiare l'aspro della polvere, nel precipizio della caduta.
___Condanna e salvazione per diavoli che sono angeli, per angeli che sono diavoli, arsi da una morale che non disseta, da un unguento sociale che non sana, affetti dalla mucillagine di topoi antropologici, che forestieri annoiati visitano alla ricerca della specie rara, l'apax di natura, poco importa se si tratta d'una specie animale, l'ovis musimon, o d'una specie umana, l'insulae homo.
___L'ebbrezza linguistica del menadismo diavolesco viene frenata da Soriga, l'Autore non s'avventura, tiene salde le redini e sceglie l'asfalto d'un lingu-acto comune alfabetizzante che, solo quando svia per mulattiere "sarde", raggiunge una koinè di grande suggestione.

Silvana Grasso

Capitolo uno

___Adesso ho i chili che mi zavorrano a terra e non mi ricordo neppure come facessi a trovarmi bello, ma molti anni fa non ero questo pizzaiolo grasso con le mani distrutte, e scappavo veloce per le stradine d'Europa sfuggendo alle pattuglie di una decina di paesi, più veloce di qualunque Polizei.
___Sopra il forno a legna tengo la foto di mio padre, buonanima, che quand'ero poco più che bambino me le dava con un frustino di nervo di bue, e faceva bene, perché andavo al tabacchino della vecchietta e rubavo le Nazionali, sfuse, oppure fermavo i bambini più piccoli di me e mi facevo dare gli spiccioli che avevano avuto di resto. Non mi dava soldi, il vecchio, e io mi arrangiavo, ero un bastardo e pochi anni ancora e avrei potuto uccidere qualcuno per una carta troppo fortunata, come in uno squallido West fuorimano e fuoritempo.
___Avevo il mento lungo e degli occhi infuocati, lo so perché me lo diceva la mia ragazza di allora, Carla Pilloneddu, che aveva quattordicianni ma due tette che bastavano per cinque.
___Fogu teisi, meis'ogusu, diceva, ci hai il fuoco negli occhi, e io non volevo mai fermarmi quando decideva lei, e mi incazzavo anche, ma insomma mi porti in questo schifo di domiscedda in mezzo all'orto di tuo zio e vuoi che mi fermi adesso, eh! Vi conosco io a voi ragazze, le dicevo, e non mi fermavo…
___Dieci anni dopo l'olandese mi ha detto la stessa cosa, che ci avevo il fuoco dentro gli occhi, e quella volta ero io a sentirmi tutto bruciare mentre lei lo diceva, volevo che me lo dicesse per sempre, e dai, volevo dirle, mandala affanculo questa fattoria da quattro soldi, pioggia otto mesi l'anno e puzza di merda di vacca attaccata ai muri, il cielo che sembra che sei in prigione anche quando stai in campagna a respirare l'erba, lascia stare tutto e scappa con me, corriamo in Sardinia e ti compro quattro tanche profumate di mirto e oleandri a Pula, così puoi vedere il mare mentre cogli i pomodori, e non avremo vacche dalla merda puzzolente ma caprette da latte a cui darai i nomi trattandole come figlie.
___Ma non glie l'ho detto, e chi ero io? Un ventenne assatanato della vita che non dormiva una settimana nello stesso posto, senza un fiorino in tasca e con le calze bucate e spesso sporche, magro e misterioso come un cristo incazzato, ma pur sempre povero e solo al mondo.
___Mio padre mi diceva che neanche gli zingari, mi volevano, e mi lasciava lividi lunghi tre dita sulle gambe magrissime che avevo, ormai finite le elementari e le medie, questo è l'unica cosa buona che hai fatto, diceva il vecchio mentre si preparava per andare al lavoro, con la camicia bianca consumata ma quasi pulita, vai a guadagnarti il pane adesso, mi gridava prima di chiudere la porta, lasciandomi lì a far colazione col caffelatte, io bevevo tutto in tre sorsi e scappavo da Mariedda Trunch'elinna a giocare a ramino con altri tre perditempo che come me non avevano orti dove sudare, mica era colpa mia se mio padre era impiegato al comune! Mariedda ci odiava perché bestemmiavamo più dei grandi non consumavamo niente e sporcavamo per terra con la buccia dei semi di zucca. Malladittusu, gridava, maledetti, ma io lo so che a me mi voleva bene perché ero bellisceddu come il figlio che le era nato morto, dieci anni prima, e quando andavo al bar e non trovavo nessuno che mi facesse giocare me lo diceva, oh Gabrielleddu, tu non li devi seguire a quei ragazzi, quelli sono marmaglia, bagamundusu, figli di nessuno, tu sei bellino…e mi guardava negli occhi e le vedevo le lacrimucce che quasi scendevano. Quando sei zitto zitto e guardi ai grandi che giocano sembri avere capito tutto, tu, a quindici anni che c'hai, io ti vedo che sei su prù scidu, il più sveglio e veloce di tutti, e ancora un po' e te ne andrai da Nuraiò, perché è troppo piccolo questo posto per te, dalle retta a Mariedda, che quegli occhi li ha già visti, e in questo bar di gente che si crede GesùCristo ne passa, eh, ogni giorno, poi ti dicono che si è fatto ammazzare in continente, o che ha messo incinta la più bella di Giba e adesso deve lavorare nell'orto del padre di lei, lì nel Sulcis dove la terra è maledetta, e dopo dieci anni ritorna nel bar con i pantaloni che non gli si chiudono tanto è grasso, e gli occhi che non dicono più niente, neanche ammiccullu, e mi dice oh Mariedda tu non invecchi mai, e Mariedda gli versa il birroncino e pensa che tutti i GesùCristo finiscono in croce, prima o poi, ma almeno tu belligeddu ce la devi fare, vattene a Casteddu e cercarti un bel lavoro, vai a farti imparare l'elettricista da Giuanni Maboi, che quello ha lavorato anche a Roma e le cose le sa, vai e digli che vuoi imparare il lavoro per andartene a Cagliari, che tu orto non ne hai e qualcosa la devi fare, vedrai che ti impara, poi ci parlo anch'io e vedrai che lo convinco…
___Poverina, Mariedda, io le rubavo i chinotti che teneva nel magazzino, entravo da un buco strettissimo che c'era in un angolo, coperto da una cassa di birre vuote, mettevo le mani avanti, la spostavo di lato e passavo veloce nel buco, magro magro com'ero, solo io ci potevo passare, afferravo tre o quattro bottigliette e me ne riuscivo, chissà se n'è mai accorta, se non ci ha mai voluto credere perché un figlio non può rubare a sua madre, magari ogni tanto mi credeva davvero suo figlio che è nato morto, chi lo sa.
___Adesso parlo di calcio con i ragazzi che vengono a prendere le pizze per la famiglia, invidio i loro anfibi e i giubbotti da motociclista, se mi avessero vestito così a quindicianni mi sarei sentito ancora più immortale, ma loro neanche immaginano i posti in cui sono passato io, Gabriele Pintus, quando avevo la loro età e non avevo mai visto nulla ma non mi meravigliavo mai di niente, una volta un commissario di Barcellona me l'ha detto, Usted parece haber vivido tres veces, mi ha detto, mentre un suo ragazzo mi teneva le braccia incrociate dietro la schiena e un altro mi colpiva in pancia e sul petto con un bastone di legno di quercia. Lei sembra aver vissuto tre volte, non si scompone per niente, sembra aver già visto e sentito ogni cosa, era un poeta quel fascista di poliziotto, mica come certi polizei idioti che c'erano in Germania con la faccia da bambocci piena di lentiggini e bianca come mozzarella.
___Ridevano, tutti e tre, quel giorno di pioggia a Barcellona, e scommettevano su quanti colpi avrei preso senza urlare, e quando ho superato la cifra più alta hanno incominciato ad incazzarsi, hanno detto che non era possibile, poi sono svenuto e non mi ricordo più…
Di hashish ne ho portato, eh, mica solo in Spagna, in Grecia se ti acchiappavano ti buttavano in un buco di cinque metri senza nessuna luce, e una volta che mi è successo passavo il tempo a pensare ai nomi di tutte le strade di Nuraiò, perché quando non hai niente e ti senti un cane schifoso che sta per morire, e sai che non c'è nessuno che ti cercherà e ti aiuterà, quando non c'è niente di buono a cui pensare, almeno devi cercare di ricordare le cose che conosci, che sono tue almeno un po' perché ti ricordi tutte le luci e i colori e persino i riflessi, e soprattutto devi pensarci se sei in una galera greca e sui quattro muri ci cresce il muschio e senti i topi squittire e non sai neppure se prima o poi ti interrogherà un qualche giudice idiota per condannarti a morire in quel posto o se morirai tu, da solo, per scelta o per fare prima.
___Gabriele Pintus non è mai morto in galera però, perché ci aveva il diavolo dentro la testa tanto aveva voglia di girare il mondo e vedere, Gabriele Pintus che non era mai uscito da Nuraiò fino ai sedicianni. Eppure un giorno avrei voluto smettere di girare, il giorno in cui volevo solo portarmi via quella biondina olandese con gli occhi azzurri come il mare di Pula, quella ragazza con me in Sardegna e non chiedo più niente alla vita, giuro.
___Mi ero fermato a Rekken perché dovevo per forza fermarmi in qualche posto, scappavo dalla Germania dove un tizio argentino mi cercava perché gli avevo vinto troppi marchi a Poker, e qualcuno maledetto lo aveva convinto che usavo carte truccate, e quel cretino ci aveva creduto, e meno male che me l'avevano detto che mi cercava, avevo messo le mie maglie di lana e i jeans in una borsa di plastica e avevo lasciato Hannover così, in un secondo, tanto quella stanzetta scrostata puzzolente di umido mi aveva già ucciso abbastanza, ormai passavo le giornate a dormire e fumare erbaccia da due soldi, e la notte a bere e vincere a carte, e allora via per Enschede a raggiungere gli altri diavoli di Nuraiò, mi ero detto, col cazzo che mi prende questo argentino dal coltello facile. Ma poi mi si era rotta la biella del Due Cavalli, appena superata la frontiera con l'Olanda, e avevo dovuto continuare un po' a piedi un po' a passaggi, ed ero arrivato in quel paesetto contadino alle otto di sera, era già buio da tanto tempo, puzzavo di sigarette senza filtro ero partito senza mangiare nulla e adesso morivo di fame, arrivato davanti a quella specie di fattoria da cartolina, con le vacche e le galline e il recinto ordinato e tutto, busso a quel portone con la paura che chiamino direttamente la poliziei, o come diavolo si chiamerà in Olanda.
___Invece esce questa ragazza che mi ipnotizza e mi fa entrare in casa, non mi chiede niente ma solo se ho fame, mi dice che suo padre è morto la settimana prima, e se ho un padre, e se gli voglio bene, e parla in un tedesco miracolosamente morbido, così diverso da quello di Hannover, e anche se non capisco tutto lei va piano e capisce da sola quali parole deve ripetere, anche tre volte, cerca di aiutarmi con l'inglese persino, e io la guardo con gli occhi spalancati e mi dico che dovrei ricominciare a pregare, e anche ad andare da Nostrosignore la domenica. Insomma questa ragazza ha una maglietta bianca che non dimenticherò più, che si incrocia sul petto e si può vedere una bella fetta di quelle bellezze, io con le ragazze non sapevo mai cosa dire, specialmente lì che parlavo con le quattro frasi che sapevo, e invece questo angelo mi guarda e parla, parla solo lei e mi guarda con gli occhi che sembra mi vogliano frugare proprio dentro dentro, voglio dire che vogliano scoprire i pensieri, quello che stavo pensando di lei…ho mangiato caffelatte e pane fino a non poterne più, mi ha chiesto se avevo sonno o volevo fare un bagno, mi ha riempito una vasca di ferro battuto che sembrava del secolo prima, mi ha dato un sapone grezzo che odorava di varecchina, mi sono sdraiato lì dentro e quasi mi ci addormentavo, dentro l'acqua tiepida.
___Al mattino abbiamo mangiato uova, prosciutto, carne arrosto e pane burro e marmellata, io la guardavo mangiare e pensavo che non volevo più andarmene da li, non senza di lei comunque, mi sorrideva e parlava di film che aveva visto nelle domeniche pomeriggio che in quel paesino dovevano essere le più lunghe del mondo, parlava di film italiani che aveva visto a Enschede l'anno prima, quando ancora studiava lingue straniere, quando ancora il padre stava bene e pensava lui alla fattoria; diceva nomi italiani che io conoscevo appena, Fellini Mastroianni Pasolini…io cercavo di spiegarle che non ero stato molto tempo in Italia, in quegli anni, ma mi vergognavo troppo del mio tedesco e preferivo stare zitto, ascoltarla guardando in quegli occhi azzurrissimi, ogni tanto abbassavo lo sguardo e speravo di vedere almeno un po' dei suoi seni bianchi e grandi, mi sembrava impossibile tutto quanto, nel camino bruciavano grosse radici di piante che non conoscevo, io pensavo a cosa potevo dire per conquistarla, lei si stava innamorando di un personaggio di quei film, forse di tutta l'Italia della Dolce Vita, forse mi vedeva correre per i viali di Rimini su una Vespa rossa, forse sognava noi due che ci baciavamo all'Harri's Bar di via Veneto, o su una terrazza di Capri in una tarda serata d'agosto. Non avevo mai lavorato la terra, io che venivo da Nuraiò dove tutti sono contadini ho imparato a piantare i pomodori in quel punto sperduto d'Olanda, mi svegliavo e correvo a dar da mangiare alle mucche, la sera cenavamo alle cinque dopo aver tagliato un po' di legna, lei tirava fuori un quaderno con la copertina di cartone rigido e mi faceva coniugare i verbi forti, e declinare l'articolo indeterminativo, poi quando ero stanco mi alzavo dalla sedia e mi mettevo dietro di lei, le baciavo il collo e i capelli, facevamo l'amore davanti al camino, il pavimento di legno cigolava coprendo il rumore della pioggia, io ero in paradiso.
___Era come se non avessimo avuto passato, nessun rimpianto, ogni tanto mi diceva che potevamo aprire una pizzeria a Enschede, o anche ad Harlingen, sul mare, io guardavo quel viso da ventenne che vive per qualche bel sogno e non chiedevo niente di più che amare quegli occhi, e baciare quei seni.
___Una mattina mi sveglio più presto del solito per seminare non so quale verdura, man mano che faceva luce mi rendevo conto che era una bella giornata, non pioveva e non avrebbe piovuto, anzi c'era un sole che sembrava quasi vero, non di plastica fredda come al solito.
___A metà mattina eravamo lì sdraiati per terra spalle alla stalla a storpiare le parole tedesche che ci sembravano più buffe, lei rideva scoprendo i denti bianchi e gli occhi, come sempre, le luccicavano, e la magliettina stretta, come sempre, mi faceva impazzire di voglia.
___Non era giornata, lo sapevo. Non ci può essere un sole vero dove piove sempre, non si può cambiare ciò che è già deciso.
___A mezzogiorno abbiamo sentito i cani di tutta la zona abbaiare furiosamente, il cielo era sempre giallo, poche le nuvole, perché abbaiano le bestie? Dal fondo del viale vediamo una sagoma che avanza, penso che a Nuraiò non ne nasce, gente di buona sorte, che tutti i Cristi finiscono in croce, che c'è una croce per ogni misura, ad aspettarci in qualche angolo di vita, i seni di lei gonfiano la maglietta rosa andando su e giù per il respiro che si è fatto affrettato, io ho smesso di sorridere.
___E' l'argentino. Mi hanno detto che mi hai fregato, mi dice senza salutarmi. Lei ha capito, forse, comunque è entrata in cucina. Mi sento in un brutto film spaghetti-western, immagino una colonna sonora banale e stridula.
___Lasciami perdere, gli dico, quel che è perso è perso. Ha una brutta faccia piena di cicatrici da rasatura, forse si è fatto la barba questa stessa mattina, odora di deodorante a buon mercato per immigrati turchi, è molto più magro dell'ultima volta che l'ho visto. Andiamo dietro la casa, attorno a noi campagna a perdita d'occhio, siamo soli, due poveri latini separati da tre assi sospetti, vorrei continuare il mio sogno olandese, vorrei essere fuggito ieri per la Sardinia. Non ti darò nada, gli dico piano, quel che è perso è perso, io sono un galantuomo e non ho mai imbrogliato a carte, mai nella vita.
___-Cabròn- mi dice, mi schizza il viso di saliva.
___Cosa vuoi fare?- gli chiedo -Ti ammazzo- mi risponde serio, tira fuori un coltello a serramanico, mi dice che è l'ultima occasione, che gli devo dare i soldi adesso o mi mata subito e poi entra dentro e prende quello che trova, ghigna e gli vedo i denti storti, i pochi rimasti, penso che forse doveva restare a Mar de la Plata a servire ai tavolini di uno schifoso caffè per camionisti, e io a Nuraiò a zappare la terra alla giornata, invece di venire qui a prendere una lama in pancia davanti ad una donna splendida. Vorrei essere nato ad Orune o ad Arzana e saper usare un coltello, non so cosa fare.
___Lo colpisco in faccia con un pugno, traballa tenendo il coltello teso davanti a se ma non mi vede più, è stordito, dev'essere molto debole, urla bestemmie e mi chiama continuamente figlio di puta, aspetto che si raddrizzi, che torni in posizione d'attacco, ora so che vincerò io, ma non voglio, non posso ammazzarlo, penso a lei lì dentro e cerco di immaginare cosa stia pensando ora, mentre io schivo un affondo che porta il suo coltello a un centimetro dal mio fegato, la prossima volta potrebbe cavarmi fuori tutte le interiora, mi colpisce con un calcio sul ginocchio, cado a terra, mi pesta le mani e mi colpisce la testa, sanguino, sento il sapore dolce sul labbro, un occhio non vede più, sento colpi piovere sullo stomaco, sul petto, le spalle, vedo la lama che splende sopra di me, scende, do un calcio alla cieca e mi rialzo, sono sopra l'argentino e gli ho preso il coltello di mano, sanguino dappertutto, penso di nuovo a lei lì dentro, al pranzo che non faremo insieme, la lama è entrata per metà, nel suo fegato, lui ha gli occhi socchiusi e ha smesso di urlare, non capisco più niente, non voglio sapere, mi alzo ed entro in casa di corsa, chiama l'ambulanza, urlo, non so neppure se lei c'è e dov'è, mi lavo il viso in bagno con l'acqua ghiacciata, cerco una camicia pulita e il mio portafogli, non trovo la sacca con la mia roba, ti amo, urlo come un pazzo per la prima volta mentre sbatto la porta e corro, corro, senza girarmi, i cani non abbaiano più, il sole è sempre giallissimo, come a Pula, come a Nuraiò, il confine è vicino e io sarò di nuovo un diavolo senza pace che corre senza arrivare, la mia croce non mi avrà ancora.
___Adesso sorrido alle belle ragazze che vengono a chiedermi una marinara senza aglio, zavorrato a terra dai chili invidio chi ha forza per amare, non cerco più niente, ho una figlia ventenne e una moglie più grassa di me che porta zoccoli di legno e calzettoni di cotone sempre sporchi, i pantaloni non mi si chiudono, la notte sogno il camino di una fattoria da cartolina, guido una vecchia Uno blu, ogni tanto vado a Nigeriane, non spero più niente. Le pizze mi vengono buone.

 

 

 

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