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-=Guestbook=-
appuntamenti
Prefazione
___Poco
importa se siano sardi di Nuraiò Villasor Serramanna oppure siciliani
di Grammichele Valguarnera Serradifalco, i "diavoli" di Soriga hanno la
scarlatta sfraghìs d'un dna isolano. Nascono muoiono impazziscono sfregiati
e decorati dall'Insula che gli si appicica addosso come il tatuagio d'un
acquila reale sul dorso di un ergastolano o la medaglia d'oro sulla tomba
del Milite Ignoto.
___Lapilli di lava ruttati dallo stomaco
infuocato d'un vulcano o pupille marine sfrattate da Oceano Padre o dalle
ninfette, sue figlie, le Oceanine occhioglauco, recitando la traballante
palliata della vita viaggiando, per trazzere di polvere, in un viaggio
di sola andata, clandestini passeggeri dentro un baule di cartone, con
le borchie in finto oro, dove maschere coturni parrucche spilazzate e
falli giganti intonano nuovi epicedi per canovacci vecchi, vecchie fatture
per un malocchio nuovo.
___Creature plioceniche, quelle di Soriga,
risorte come dinosauri della fantascienza da un fossile dormiente cromosoma,
attori da Miniambi, che ruzzolano si ubriacano o semplicemente sognano,
nell'affollato vagone-merci della prosa, il libero metro della poesia.
___Esseri mimo e mithopoietici, che saccheggiano
l'epos di una geografia emarginata ed emarginante, figli d'un dio minore,
prometei e vagabondi, aedi e truffatori, Titani e Francischeddi, compari
d'un dimoniu che li guarisce dalla pazzia con la fattura bianca, e poi
lucidi e selvaggi li consegna al nuovo demonio-cancro che li ucciderà.
___Demoni sacri e guaritori, quelli di Soriga,
violati dalla violenza della Storia, guardati a vista dall'occhio empio
di due empi guardiani, Kratos e Bia, intrappolati nella placenta buia
dell'Insula, da cui nessuno fugge davvero, e l'avventura, per ignote rotte
di libertà, si segna solo con l'invisibile inchiostro della fantasticheria
sulla cartina consunta del desiderio.
___Dall'Isola non si salva nessuno, non si
salvano i diavoli della sada Nuraiò, come non si salvano i diavoli della
sicula Grammichele, non si salvano i figli che "sniffano e bevono un mucchio
di birra senza vomitare" come non si salvano i padri che andavano a messa,
prendevano la comunione, e "giocavano a carte felici di poter bestemmiare".
___Diavoli di ieri e di oggi, di Nuraiò o
Serradifalco, dannati nel cilicio sanguinario d'un diritto d'onore che
disonora, che divora la carne ma tiene in piedi il gigante di paglia e
non gli fa succhiare l'aspro della polvere, nel precipizio della caduta.
___Condanna e salvazione per diavoli che
sono angeli, per angeli che sono diavoli, arsi da una morale che non disseta,
da un unguento sociale che non sana, affetti dalla mucillagine di topoi
antropologici, che forestieri annoiati visitano alla ricerca della specie
rara, l'apax di natura, poco importa se si tratta d'una specie animale,
l'ovis musimon, o d'una specie umana, l'insulae homo.
___L'ebbrezza linguistica del menadismo diavolesco
viene frenata da Soriga, l'Autore non s'avventura, tiene salde le redini
e sceglie l'asfalto d'un lingu-acto comune alfabetizzante che, solo quando
svia per mulattiere "sarde", raggiunge una koinè di grande suggestione.
Silvana
Grasso
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Capitolo uno
___Adesso
ho i chili che mi zavorrano a terra e non mi ricordo neppure come facessi
a trovarmi bello, ma molti anni fa non ero questo pizzaiolo grasso con
le mani distrutte, e scappavo veloce per le stradine d'Europa sfuggendo
alle pattuglie di una decina di paesi, più veloce di qualunque Polizei.
___Sopra
il forno a legna tengo la foto di mio padre, buonanima, che quand'ero
poco più che bambino me le dava con un frustino di nervo di bue, e faceva
bene, perché andavo al tabacchino della vecchietta e rubavo le Nazionali,
sfuse, oppure fermavo i bambini più piccoli di me e mi facevo dare gli
spiccioli che avevano avuto di resto. Non mi dava soldi, il vecchio, e
io mi arrangiavo, ero un bastardo e pochi anni ancora e avrei potuto uccidere
qualcuno per una carta troppo fortunata, come in uno squallido West fuorimano
e fuoritempo.
___Avevo
il mento lungo e degli occhi infuocati, lo so perché me lo diceva la mia
ragazza di allora, Carla Pilloneddu, che aveva quattordicianni ma due
tette che bastavano per cinque.
___Fogu
teisi, meis'ogusu, diceva, ci hai il fuoco negli occhi, e io non volevo
mai fermarmi quando decideva lei, e mi incazzavo anche, ma insomma mi
porti in questo schifo di domiscedda in mezzo all'orto di tuo zio e vuoi
che mi fermi adesso, eh! Vi conosco io a voi ragazze, le dicevo, e non
mi fermavo…
___Dieci
anni dopo l'olandese mi ha detto la stessa cosa, che ci avevo il fuoco
dentro gli occhi, e quella volta ero io a sentirmi tutto bruciare mentre
lei lo diceva, volevo che me lo dicesse per sempre, e dai, volevo dirle,
mandala affanculo questa fattoria da quattro soldi, pioggia otto mesi
l'anno e puzza di merda di vacca attaccata ai muri, il cielo che sembra
che sei in prigione anche quando stai in campagna a respirare l'erba,
lascia stare tutto e scappa con me, corriamo in Sardinia e ti compro quattro
tanche profumate di mirto e oleandri a Pula, così puoi vedere il mare
mentre cogli i pomodori, e non avremo vacche dalla merda puzzolente ma
caprette da latte a cui darai i nomi trattandole come figlie.
___Ma
non glie l'ho detto, e chi ero io? Un ventenne assatanato della vita che
non dormiva una settimana nello stesso posto, senza un fiorino in tasca
e con le calze bucate e spesso sporche, magro e misterioso come un cristo
incazzato, ma pur sempre povero e solo al mondo.
___Mio
padre mi diceva che neanche gli zingari, mi volevano, e mi lasciava lividi
lunghi tre dita sulle gambe magrissime che avevo, ormai finite le elementari
e le medie, questo è l'unica cosa buona che hai fatto, diceva il vecchio
mentre si preparava per andare al lavoro, con la camicia bianca consumata
ma quasi pulita, vai a guadagnarti il pane adesso, mi gridava prima di
chiudere la porta, lasciandomi lì a far colazione col caffelatte, io bevevo
tutto in tre sorsi e scappavo da Mariedda Trunch'elinna a giocare a ramino
con altri tre perditempo che come me non avevano orti dove sudare, mica
era colpa mia se mio padre era impiegato al comune! Mariedda ci odiava
perché bestemmiavamo più dei grandi non consumavamo niente e sporcavamo
per terra con la buccia dei semi di zucca. Malladittusu, gridava, maledetti,
ma io lo so che a me mi voleva bene perché ero bellisceddu come il figlio
che le era nato morto, dieci anni prima, e quando andavo al bar e non
trovavo nessuno che mi facesse giocare me lo diceva, oh Gabrielleddu,
tu non li devi seguire a quei ragazzi, quelli sono marmaglia, bagamundusu,
figli di nessuno, tu sei bellino…e mi guardava negli occhi e le vedevo
le lacrimucce che quasi scendevano. Quando sei zitto zitto e guardi ai
grandi che giocano sembri avere capito tutto, tu, a quindici anni che
c'hai, io ti vedo che sei su prù scidu, il più sveglio e veloce di tutti,
e ancora un po' e te ne andrai da Nuraiò, perché è troppo piccolo questo
posto per te, dalle retta a Mariedda, che quegli occhi li ha già visti,
e in questo bar di gente che si crede GesùCristo ne passa, eh, ogni giorno,
poi ti dicono che si è fatto ammazzare in continente, o che ha messo incinta
la più bella di Giba e adesso deve lavorare nell'orto del padre di lei,
lì nel Sulcis dove la terra è maledetta, e dopo dieci anni ritorna nel
bar con i pantaloni che non gli si chiudono tanto è grasso, e gli occhi
che non dicono più niente, neanche ammiccullu, e mi dice oh Mariedda tu
non invecchi mai, e Mariedda gli versa il birroncino e pensa che tutti
i GesùCristo finiscono in croce, prima o poi, ma almeno tu belligeddu
ce la devi fare, vattene a Casteddu e cercarti un bel lavoro, vai a farti
imparare l'elettricista da Giuanni Maboi, che quello ha lavorato anche
a Roma e le cose le sa, vai e digli che vuoi imparare il lavoro per andartene
a Cagliari, che tu orto non ne hai e qualcosa la devi fare, vedrai che
ti impara, poi ci parlo anch'io e vedrai che lo convinco…
___Poverina,
Mariedda, io le rubavo i chinotti che teneva nel magazzino, entravo da
un buco strettissimo che c'era in un angolo, coperto da una cassa di birre
vuote, mettevo le mani avanti, la spostavo di lato e passavo veloce nel
buco, magro magro com'ero, solo io ci potevo passare, afferravo tre o
quattro bottigliette e me ne riuscivo, chissà se n'è mai accorta, se non
ci ha mai voluto credere perché un figlio non può rubare a sua madre,
magari ogni tanto mi credeva davvero suo figlio che è nato morto, chi
lo sa.
___Adesso
parlo di calcio con i ragazzi che vengono a prendere le pizze per la famiglia,
invidio i loro anfibi e i giubbotti da motociclista, se mi avessero vestito
così a quindicianni mi sarei sentito ancora più immortale, ma loro neanche
immaginano i posti in cui sono passato io, Gabriele Pintus, quando avevo
la loro età e non avevo mai visto nulla ma non mi meravigliavo mai di
niente, una volta un commissario di Barcellona me l'ha detto, Usted parece
haber vivido tres veces, mi ha detto, mentre un suo ragazzo mi teneva
le braccia incrociate dietro la schiena e un altro mi colpiva in pancia
e sul petto con un bastone di legno di quercia. Lei sembra aver vissuto
tre volte, non si scompone per niente, sembra aver già visto e sentito
ogni cosa, era un poeta quel fascista di poliziotto, mica come certi polizei
idioti che c'erano in Germania con la faccia da bambocci piena di lentiggini
e bianca come mozzarella.
___Ridevano,
tutti e tre, quel giorno di pioggia a Barcellona, e scommettevano su quanti
colpi avrei preso senza urlare, e quando ho superato la cifra più alta
hanno incominciato ad incazzarsi, hanno detto che non era possibile, poi
sono svenuto e non mi ricordo più…
Di hashish ne ho portato, eh, mica solo in Spagna, in Grecia se ti acchiappavano
ti buttavano in un buco di cinque metri senza nessuna luce, e una volta
che mi è successo passavo il tempo a pensare ai nomi di tutte le strade
di Nuraiò, perché quando non hai niente e ti senti un cane schifoso che
sta per morire, e sai che non c'è nessuno che ti cercherà e ti aiuterà,
quando non c'è niente di buono a cui pensare, almeno devi cercare di ricordare
le cose che conosci, che sono tue almeno un po' perché ti ricordi tutte
le luci e i colori e persino i riflessi, e soprattutto devi pensarci se
sei in una galera greca e sui quattro muri ci cresce il muschio e senti
i topi squittire e non sai neppure se prima o poi ti interrogherà un qualche
giudice idiota per condannarti a morire in quel posto o se morirai tu,
da solo, per scelta o per fare prima.
___Gabriele
Pintus non è mai morto in galera però, perché ci aveva il diavolo dentro
la testa tanto aveva voglia di girare il mondo e vedere, Gabriele Pintus
che non era mai uscito da Nuraiò fino ai sedicianni. Eppure un giorno
avrei voluto smettere di girare, il giorno in cui volevo solo portarmi
via quella biondina olandese con gli occhi azzurri come il mare di Pula,
quella ragazza con me in Sardegna e non chiedo più niente alla vita, giuro.
___Mi
ero fermato a Rekken perché dovevo per forza fermarmi in qualche posto,
scappavo dalla Germania dove un tizio argentino mi cercava perché gli
avevo vinto troppi marchi a Poker, e qualcuno maledetto lo aveva convinto
che usavo carte truccate, e quel cretino ci aveva creduto, e meno male
che me l'avevano detto che mi cercava, avevo messo le mie maglie di lana
e i jeans in una borsa di plastica e avevo lasciato Hannover così, in
un secondo, tanto quella stanzetta scrostata puzzolente di umido mi aveva
già ucciso abbastanza, ormai passavo le giornate a dormire e fumare erbaccia
da due soldi, e la notte a bere e vincere a carte, e allora via per Enschede
a raggiungere gli altri diavoli di Nuraiò, mi ero detto, col cazzo che
mi prende questo argentino dal coltello facile. Ma poi mi si era rotta
la biella del Due Cavalli, appena superata la frontiera con l'Olanda,
e avevo dovuto continuare un po' a piedi un po' a passaggi, ed ero arrivato
in quel paesetto contadino alle otto di sera, era già buio da tanto tempo,
puzzavo di sigarette senza filtro ero partito senza mangiare nulla e adesso
morivo di fame, arrivato davanti a quella specie di fattoria da cartolina,
con le vacche e le galline e il recinto ordinato e tutto, busso a quel
portone con la paura che chiamino direttamente la poliziei, o come diavolo
si chiamerà in Olanda.
___Invece
esce questa ragazza che mi ipnotizza e mi fa entrare in casa, non mi chiede
niente ma solo se ho fame, mi dice che suo padre è morto la settimana
prima, e se ho un padre, e se gli voglio bene, e parla in un tedesco miracolosamente
morbido, così diverso da quello di Hannover, e anche se non capisco tutto
lei va piano e capisce da sola quali parole deve ripetere, anche tre volte,
cerca di aiutarmi con l'inglese persino, e io la guardo con gli occhi
spalancati e mi dico che dovrei ricominciare a pregare, e anche ad andare
da Nostrosignore la domenica. Insomma questa ragazza ha una maglietta
bianca che non dimenticherò più, che si incrocia sul petto e si può vedere
una bella fetta di quelle bellezze, io con le ragazze non sapevo mai cosa
dire, specialmente lì che parlavo con le quattro frasi che sapevo, e invece
questo angelo mi guarda e parla, parla solo lei e mi guarda con gli occhi
che sembra mi vogliano frugare proprio dentro dentro, voglio dire che
vogliano scoprire i pensieri, quello che stavo pensando di lei…ho mangiato
caffelatte e pane fino a non poterne più, mi ha chiesto se avevo sonno
o volevo fare un bagno, mi ha riempito una vasca di ferro battuto che
sembrava del secolo prima, mi ha dato un sapone grezzo che odorava di
varecchina, mi sono sdraiato lì dentro e quasi mi ci addormentavo, dentro
l'acqua tiepida.
___Al
mattino abbiamo mangiato uova, prosciutto, carne arrosto e pane burro
e marmellata, io la guardavo mangiare e pensavo che non volevo più andarmene
da li, non senza di lei comunque, mi sorrideva e parlava di film che aveva
visto nelle domeniche pomeriggio che in quel paesino dovevano essere le
più lunghe del mondo, parlava di film italiani che aveva visto a Enschede
l'anno prima, quando ancora studiava lingue straniere, quando ancora il
padre stava bene e pensava lui alla fattoria; diceva nomi italiani che
io conoscevo appena, Fellini Mastroianni Pasolini…io cercavo di spiegarle
che non ero stato molto tempo in Italia, in quegli anni, ma mi vergognavo
troppo del mio tedesco e preferivo stare zitto, ascoltarla guardando in
quegli occhi azzurrissimi, ogni tanto abbassavo lo sguardo e speravo di
vedere almeno un po' dei suoi seni bianchi e grandi, mi sembrava impossibile
tutto quanto, nel camino bruciavano grosse radici di piante che non conoscevo,
io pensavo a cosa potevo dire per conquistarla, lei si stava innamorando
di un personaggio di quei film, forse di tutta l'Italia della Dolce Vita,
forse mi vedeva correre per i viali di Rimini su una Vespa rossa, forse
sognava noi due che ci baciavamo all'Harri's Bar di via Veneto, o su una
terrazza di Capri in una tarda serata d'agosto. Non avevo mai lavorato
la terra, io che venivo da Nuraiò dove tutti sono contadini ho imparato
a piantare i pomodori in quel punto sperduto d'Olanda, mi svegliavo e
correvo a dar da mangiare alle mucche, la sera cenavamo alle cinque dopo
aver tagliato un po' di legna, lei tirava fuori un quaderno con la copertina
di cartone rigido e mi faceva coniugare i verbi forti, e declinare l'articolo
indeterminativo, poi quando ero stanco mi alzavo dalla sedia e mi mettevo
dietro di lei, le baciavo il collo e i capelli, facevamo l'amore davanti
al camino, il pavimento di legno cigolava coprendo il rumore della pioggia,
io ero in paradiso.
___Era
come se non avessimo avuto passato, nessun rimpianto, ogni tanto mi diceva
che potevamo aprire una pizzeria a Enschede, o anche ad Harlingen, sul
mare, io guardavo quel viso da ventenne che vive per qualche bel sogno
e non chiedevo niente di più che amare quegli occhi, e baciare quei seni.
___Una
mattina mi sveglio più presto del solito per seminare non so quale verdura,
man mano che faceva luce mi rendevo conto che era una bella giornata,
non pioveva e non avrebbe piovuto, anzi c'era un sole che sembrava quasi
vero, non di plastica fredda come al solito.
___A
metà mattina eravamo lì sdraiati per terra spalle alla stalla a storpiare
le parole tedesche che ci sembravano più buffe, lei rideva scoprendo i
denti bianchi e gli occhi, come sempre, le luccicavano, e la magliettina
stretta, come sempre, mi faceva impazzire di voglia.
___Non
era giornata, lo sapevo. Non ci può essere un sole vero dove piove sempre,
non si può cambiare ciò che è già deciso.
___A
mezzogiorno abbiamo sentito i cani di tutta la zona abbaiare furiosamente,
il cielo era sempre giallo, poche le nuvole, perché abbaiano le bestie?
Dal fondo del viale vediamo una sagoma che avanza, penso che a Nuraiò
non ne nasce, gente di buona sorte, che tutti i Cristi finiscono in croce,
che c'è una croce per ogni misura, ad aspettarci in qualche angolo di
vita, i seni di lei gonfiano la maglietta rosa andando su e giù per il
respiro che si è fatto affrettato, io ho smesso di sorridere.
___E'
l'argentino. Mi hanno detto che mi hai fregato, mi dice senza salutarmi.
Lei ha capito, forse, comunque è entrata in cucina. Mi sento in un brutto
film spaghetti-western, immagino una colonna sonora banale e stridula.
___Lasciami
perdere, gli dico, quel che è perso è perso. Ha una brutta faccia piena
di cicatrici da rasatura, forse si è fatto la barba questa stessa mattina,
odora di deodorante a buon mercato per immigrati turchi, è molto più magro
dell'ultima volta che l'ho visto. Andiamo dietro la casa, attorno a noi
campagna a perdita d'occhio, siamo soli, due poveri latini separati da
tre assi sospetti, vorrei continuare il mio sogno olandese, vorrei essere
fuggito ieri per la Sardinia. Non ti darò nada, gli dico piano, quel che
è perso è perso, io sono un galantuomo e non ho mai imbrogliato a carte,
mai nella vita.
___-Cabròn-
mi dice, mi schizza il viso di saliva.
___Cosa
vuoi fare?- gli chiedo -Ti ammazzo- mi risponde serio, tira fuori un coltello
a serramanico, mi dice che è l'ultima occasione, che gli devo dare i soldi
adesso o mi mata subito e poi entra dentro e prende quello che trova,
ghigna e gli vedo i denti storti, i pochi rimasti, penso che forse doveva
restare a Mar de la Plata a servire ai tavolini di uno schifoso caffè
per camionisti, e io a Nuraiò a zappare la terra alla giornata, invece
di venire qui a prendere una lama in pancia davanti ad una donna splendida.
Vorrei essere nato ad Orune o ad Arzana e saper usare un coltello, non
so cosa fare.
___Lo
colpisco in faccia con un pugno, traballa tenendo il coltello teso davanti
a se ma non mi vede più, è stordito, dev'essere molto debole, urla bestemmie
e mi chiama continuamente figlio di puta, aspetto che si raddrizzi, che
torni in posizione d'attacco, ora so che vincerò io, ma non voglio, non
posso ammazzarlo, penso a lei lì dentro e cerco di immaginare cosa stia
pensando ora, mentre io schivo un affondo che porta il suo coltello a
un centimetro dal mio fegato, la prossima volta potrebbe cavarmi fuori
tutte le interiora, mi colpisce con un calcio sul ginocchio, cado a terra,
mi pesta le mani e mi colpisce la testa, sanguino, sento il sapore dolce
sul labbro, un occhio non vede più, sento colpi piovere sullo stomaco,
sul petto, le spalle, vedo la lama che splende sopra di me, scende, do
un calcio alla cieca e mi rialzo, sono sopra l'argentino e gli ho preso
il coltello di mano, sanguino dappertutto, penso di nuovo a lei lì dentro,
al pranzo che non faremo insieme, la lama è entrata per metà, nel suo
fegato, lui ha gli occhi socchiusi e ha smesso di urlare, non capisco
più niente, non voglio sapere, mi alzo ed entro in casa di corsa, chiama
l'ambulanza, urlo, non so neppure se lei c'è e dov'è, mi lavo il viso
in bagno con l'acqua ghiacciata, cerco una camicia pulita e il mio portafogli,
non trovo la sacca con la mia roba, ti amo, urlo come un pazzo per la
prima volta mentre sbatto la porta e corro, corro, senza girarmi, i cani
non abbaiano più, il sole è sempre giallissimo, come a Pula, come a Nuraiò,
il confine è vicino e io sarò di nuovo un diavolo senza pace che corre
senza arrivare, la mia croce non mi avrà ancora.
___Adesso
sorrido alle belle ragazze che vengono a chiedermi una marinara senza
aglio, zavorrato a terra dai chili invidio chi ha forza per amare, non
cerco più niente, ho una figlia ventenne e una moglie più grassa di me
che porta zoccoli di legno e calzettoni di cotone sempre sporchi, i pantaloni
non mi si chiudono, la notte sogno il camino di una fattoria da cartolina,
guido una vecchia Uno blu, ogni tanto vado a Nigeriane, non spero più
niente. Le pizze mi vengono buone.
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