|
-=Guestbook=-
appuntamenti
|
-=Guestbook=-
*** Sardinia Blues recensito su L'Occidentale ***
www.loccidentale.it
http://www.manifestosardo.org
su Liberazione
E’ un’estate folle e vitale, bella e banale appunto,
come tante estati, passate, presenti e future,
il sound percussivo e lancinante in cui si muovono
«tre laureati senza macchia e senza paura
e senza amore e senza fede» in una Sardegna
della più profonda e sperduta provincia di Oristano
(per la precisione il Montiferru «territorio
votato all’allevamento di buoi e pecore e alla
produzione di olio e formaggio», tra Cabras, Sèneghe,
Cùglieri, San Vero, Narbolìa e altri onomatopeici
paesini, una Sardegna che è «il contrario
di quello che credono i turisti no glamour
no stilisti no party no donne luccicanti no imprenditori
milionari»).
I tre giovani si chiamano sempre per cognome:
Pani, Licheri e Corda. Pani è la voce narrante
(con qualche complicazione finale che non svelerò),
ha lasciato Londra dove lavorava dopo la
fine di una tormentata storia d’amore con una
ballerina. Licheri ha un trascorso da eroinomane,
l’aspetto zingaresco e il fare da guru. Corda
parla poco, ha fatto il parrucchiere a Chelsea
dove immancabilmente finiva a letto con le sue
splendide e danarose clienti, e scrive racconti.
Hanno un’idea disincantata e molto glocal della
loro terra (contro tutti gli stereotipi da cartolina
vacanziera): «è un paradiso, in un modo
che i turisti non sanno, se resisti i mesi d’inverno
freddo, se non ti suicidi di noia a febbraio, è
il paradiso del non esistere, come certi paesini
del Galles e della Scozia, come la campagna
francese, il mondo si assomiglia così tanto, un
piccolo paradiso per noi che non faremo carriera
e non faremo la storia». Tre pirati, come si autodefiniscono,
tre giovani “liquidi”, per usare
una categoria cara a Zygmunt Bauman, la cui
vita è ora cinica ora edonista ora riflessiva ora
malinconica. I sentimenti, i pensieri, le sensazioni
si alternano con grande efficacia e credibilità
- e questa è una delle forze del libro: niente
suona falso o irreale o sopra le righe. Ma allo
stesso tempo non c’è la pretesa di essere memorabili,
incisivi, e proprio questo understatement
sempre un po’ alcolico (è come se il
libro fosse stato scritto in uno stato di
leggera alterazione sensoriale) rende
tutto molto coeso e plastico.
«Summertime» cantano i tre giovani
pirati, «and the livin’ is easy»: balli
sfrenati al disco-bar Il Peyote, fugaci amori a base
di profilattici e mojito, rocambolesche incursioni
notturne in municipi per impossessarsi di
carte d’identità da dare agli immigrati irregolari,
e arditi piani ai danni di un ricco conte e del
suo ambito testamento. Ma come dice il poeta
beat John Giorno «Nessun cazzo è duro come
la vita»: e il libro non fa sconti. Della vita prende
tutto: il bello, il banale e il brutto. Pani è talassemico,
e i capitoli dedicati alla malattia sono
lucidi e struggenti: «Dopo la trasfusione al
pomeriggio mi sento un po’ stanco. Passare tre
ore in ospedale non è mai rilassante, non è come
andare alle terme. Il giorno dopo ho una
potenza in corpo, una forza e un’euforia e
un’eccitazione, quando mi capita di avere una
fidanzata il giorno dopo la trasfusione fare sesso
è come avere preso due pastiglie o avere tirato
la cocaina. È bello essere talassemici se puoi
fare sesso con una donna il giorno dopo la trasfusione
».
La vita dunque passa, trascolora, si liquefa, soprattutto
in una calda estate sarda e per fermarla,
cristallizzarla in racconto Soriga usa una lingua
altrettanto liquida e fugace, calda e particellare
come i grani della luce estiva: molti dialoghi
in presa diretta, registro colloquiale fatto di
ripetizioni, paratassi, lessico giovanile (senza
mai accelerare sul pedale del gergo). Una vibrante
miscela di commedia e tragedia, ironia e
sarcasmo, che riesce a tenere il ritmo del radiodramma
e dello sceneggiato televisivo senza
mai perdere colpi o cadere in trovate facili e
stucchevoli. Più che alla letteratura Soriga guarda
ai fumetti e al cinema, ma il suo è uno sguardo
che non si perde mai in dettagli compiaciuti
o in un minimalismo da discount: la forza del
suo libro sta nella vita, oltraggiosamente bella e
banale.
Giovanni Bozzini su Europa
http://www.europaquotidiano.it
Prendiamo una lavagna, tracciamo
una linea verticale in mezzo e vediamo
cosa succede a mettere a confronto i
due romanzi italiani che più hanno fatto
parlare di sé dopo l’apnea natalizia. Da
una parte c’è La solitudine dei numeri primi
di Paolo Giordano. Dall’altra Sardinia
Blues di Flavio Soriga. Mondadori e
Bompiani (leggi Rcs). Le due corazzate
dell’editoria di casa nostra.
L’esercizio non è privo di senso. Per
prima cosa proprio perché non si tratta
di due editori qualunque. Poi perché entrambi
gli autori sono giovani. E infine
perché la critica ha salutato le loro opere
con favore pressoché unanime. A tessere
le lodi di Giordano, in particolare, s’è ammassata
una folta schiera di penne, talune?
anche piuttosto nobili. Le buone recensioni
e un battage pubblicitario
impressionante hanno
fatto schizzare il romanzo
ai piani alti delle classifiche
di vendita, dove probabilmente
rimarrà ancora a
lungo. Sta andando solo
un po’ peggio a Soriga, che a fronte di uno
sforzo promozionale altrettanto notevole
in libreria non sfonda.
Ma di chi stiamo parlando, esattamente?
Paolo Giordano, ventiseienne torinese
dottorando in Fisica, è al suo esordio narrativo.
Il sardo Flavio Soriga, più vecchio
di sette anni, ormai scrive per mestiere
già da un po’. Nel 2000 ha vinto il premio
Calvino con un romanzo pubblicato da
una piccola casa editrice isolana (Diavoli
di Nuraiò, Il Maestrale), nel 2005 ha dato
alle stampe Neropioggia per i tipi della
Garzanti, con cui c’è scappato il Deledda
Giovani.
I due hanno un primo punto in comune.
Sulla sovraccoperta di entrambi i libri
compare un’immagine dell’autore. Le foto
sono in bianco e nero, ma di fatture estremamente
diverse. Giordano appare biondo,
o castano chiaro, e chiarissimi appaiono
i suoi occhi. È elegante, giacca scura e
scarpetta scura al collo, sta in posa e fissa
l’obiettivo con intenzione. Soriga invece è
moro e capellone, incrocia le mani davanti
alla faccia da cui pungono due piccoli
occhi neri e sorride di quello che sembra
il più spontaneo dei sorrisi, come fosse
stato colto nel mezzo di una cena in trattoria.
Quella delle foto non è una presenza
banale. Finisce per spiegare qualcosa
in più rispetto alla stessa scrittura. Perché
i due romanzi sono proprio così: uno
elegante e posato, l’altro scompigliato e
sgangherato. Di più: l’uno biondo e ben
pettinato, l’altro moro e coi capelli al vento.
Spieghiamoci meglio. La solitudine dei
numeri primi segue una sua logica rigorosa,
fondata sull’intreccio non troppo
improbabile di due storie molto caratterizzate.
Comincia con due fendenti che
spiattellano dolori osceni e sgradevoli,
carichi di irreparabilità, e che mettono a
disagio il lettore, recando in sé la promessa
di un’audacia che il romanzo non saprà
mantenere appieno. I due protagonisti
sulla carta compaiono bambini, e subito
si ritrovano menomati, nel fisico e nella
mente; il loro incontro da adolescenti sarà
foriero di complicità e incomprensioni,
che si porteranno dietro, in un modo o
nell’altro, fino all’età adulta. È qui, nel
rapporto tra lui e lei, che il romanzo di
Giordano appare un po’ forzato. I due si
votano al proprio dolore con disperazioni
tra cui è faticoso individuare punti di contatto.
Il ragazzo è un personaggio tutto
sommato riuscito. La ragazza meno. Le
idee, per quanto non rivoluzionarie, ci
sono, e ogni tanto anche la scrittura, pur
rimanendo entro canoni ortodossi, tocca
livelli di riguardo. Ma per lo più manca il
collante, l’amalgama. Inoltre Giordano
priva il suo racconto di una collocazione
geografica precisa e dichiarata, solo le
Alpi che fanno capolino a poche pagine
dalla fine sopra i tetti dei palazzi lasciano
riconoscere Torino, mentre per tutto il
resto del tempo la storia avrebbe potuto
svolgersi in qualsiasi città italiana da Roma
in su.
La Sardegna di Soriga, invece, si intromette
in ogni scena, tra la voglia di
smontare cliché da cartolina e un
controverso senso d’appartenenza.
D’altronde lo scrittore cagliaritano
imbocca tutta un’altra strada. A partire
dalla trama, che in pratica non
c’è, per finire con lo stile, che strizza
l’occhio alla narrativa americana dell’ultimo
quarto di secolo e si permette
più di una libertà. L’incedere è
sincopato, come una lunga ballata
fatta di brevi frammenti, e allora nessun
titolo avrebbe potuto essere più
azzeccato: la Sardegna è ovunque,
cantata da un blues come
fosse l’America. Anche
qui nell’unico vero protagonista
c’è disperazione,
ma è meno cupa, più polverosa,
come i colpi da
quattro soldi che compie
insieme ai suoi due complici squinternati
quanto lui, come le strade di provincia
percorse da pastori gay dediti al banditismo,
mercenari di ritorno dall’Iraq
cogli occhi pieni di morte e ragazze troppo
belle e troppo sceme. Soriga non è
alle prime armi e si vede da come maneggia
le parole, con uno stile che a queste
latitudini non è affatto scontato. Quel
che Sardinia Blues paga un po’ è una
scarsa attenzione per il racconto, tanto
che il finale risulta tirato dentro al libro
per i capelli, come se l’autore a un certo
punto abbia deciso di dare un taglio,
brusco, a un flusso che di per sé avrebbe
potuto benissimo continuare all’infinito.
Ma il resoconto delle vicissitudini tra
ospedali e cliniche del protagonista talassemico
(unica storia vera, si premura di
confidare lo stesso Soriga nei titoli di
coda), con annessi traboccamenti di riflessioni
sul senso di passioni e dolori
vari, ha un sapore autentico, d’urgenza,
che vale da sé la non irreprensibile solidità
architettonica dell’intero romanzo.
sul sito dell'Ansa
http://www.ansa.it
http://www.diario21.net
Agenzia Ansa
LIBRO DEL GIORNO: LA SARDEGNA ON THE ROAD DI SORIGA /ANSA BLUES MALINCONICO E
ARRABBIATO SULL'ISOLA SOTTO GLOBALIZZAZIONE (di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 23 GEN - FLAVIO
SORIGA, 'SARDINIA BLUES', (BOMPIANI, pp. 276 - 16,00 euro).
L'idea, la sostanza di isola, terra contornata dal mare, quale è la Sardegna, è qualcosa che lascia un segno in chi vi
nasce e cresce, e i problemi di identità sono sempre più forti e creano più contrasti sotto l'assalto dell'avanzare della
globalizzazione, sotto la pressione dei vacanzieri estivi.
Perchè, in fondo, i tre giovani protagonisti di questo romanzo di Flavio Soriga è nello spazio di questi contrasti che
si muovono e che cercano un senso al loro essere, a quanto delle proprie radici si portano dentro.
Davide Pani, ex cameriere a Londra che dall'isola è il più segnato, essendo talassemico, quasi con orgoglio,
rifiutando ogni compassione tra ricadute e trasfusioni; Licheri, ex drogato di famiglia intellettuale che lo ha mandato a
disintossicarsi in Usa e sta finendo un dottorato in Storia del cinema a Sassari; Corda, scrittore mancato che
rimugina e lancia le sue maledizioni a destra e manca e, lasciato il master a Cagliari in Storia e letteratura sarda,
cerca di sfondare come parrucchiere creativo anche lui a Londra. Chiamati sempre per cognome durante il loro
vagabondare per le parti meno note e alla moda della loro isola, consci, dopo essere stati abbandonati dalle loro
donne, che «tutto ci è dato per poco, che tutto ci è concesso in prestito per un tempo brevissimo, perchè
accumulare i patrimoni costa secoli di fatica e poi basta un figlio drogato a bruciare tutto, perchè basta una
trasfusione sbagliata e addio».
Allora: «brucia di stelle il cielo di luglio in quest'isola immensa che suda l'estate, siamo tre laureati senza macchia e
senza paura e senza amore e senza fede e la Sardegna è il nostro Messico», come si afferma ad apertura del libro,
dall'andamento sincopato (anche visivamente, con frasi e periodi brevi divisi da spazi bianchi), grazie a una scrittura
paratattica, libera, che rifiuta i punti e usa solo le virgole, forse anche etilica e fumata come l'estate dei tre
protagonisti.
A raccontare è Pani, tranne l'ultimo capitolo, in cui comunque affida alla madre, contadina rimasta presto orfana
che ci resta male a leggere romanzi, una sorta di poetica, per la quale importanti sono i personaggi, le persone, più
della storia: «c'è una trama, un inizio e una fine, e in mezzo compaiono i personaggi, alcuni buoni altri cattivi, e tu ti
affezioni e vorresti sapere di loro (....) tutte le cose che è normale voler sapere delle persone che ti interessano, e
invece gli scrittori ti danno solo poche notizie, quelle che servono per portare avanti la storia.... A me sembra che i
lettori, almeno io sono così, poi ci restano male».
Soriga allora prova andare al fondo di Corda, Licheri e Pani, di indagarli meno casualmente di quel che appare e di
raccontarci molto di loro, via via, per divagazioni, progetti, riflessioni, citazioni colloqui e incontri, avvenimenti che
segnano questo loro scorazzare sfidando il mondo e la sua legalità, facendo gesti d'azzardo, provando a aiutare
Maria Elena, amante di Pani («La mia amante quarantenne ha le righe e ogni tanto questo mi fa impressione, è
sposata e ogni tanto questo mi fa impressione»), a recuperare il proprio patrimonio messo in pericolo dal padre,
che, «prendendosi i supplementari, qualche anno di vita da uomo quando credeva non ci fosse più niente per lui»,
usa come amante la badante polacca, «povera extracomunitaria senza colpa». Ma, come si capirà alla fine, non
sono colpa o innocenza fare la differenza. (ANSA).
Rassegna stampa Bompiani
http://libri.bompiani.rcslibri.it
Flavio su Fahrenheit
www.radio.rai.it/
L'Unione Sarda - 5 gennaio 2008
«Il male, l’amore
e altri miei blues» Cinque anni dopo “Neropioggia”, lo scrittore di Uta torna in libreria con un romanzo pubblicato da Bompiani: “Sardinia blues”, una storia rapida e profonda che racconta di amori infranti, viaggi, amicizia, talassemia e avventure
«Certo, la Costa Smeralda esiste, come la Barbagia di Niffoi e Grazia Deledda. Ma io volevo raccontare la provincia no-glamour di Oristano: una periferia divertente, gaggia e modernissima, senza Briatore e senza Mesina»
di CELESTINO TABASSO
L'inizio sembra una tavola a colori
di Andrea Pazienza, con tre
giovani laureati senza macchia
e senza paura chiusi in un’auto
a cantare a squarciagola per
farsi coraggio, prima di buttarsi
in una strana avventura sotto il cielo stellato
di una Sardegna d’estate. Il resto sembra
un romanzo di Soriga, e anzi lo è: “Sardinia
blues”, 224 pagine, 16 euro, arriva in
libreria mercoledì 9 gennaio pubblicato
(modestamente) da Bompiani.
Il giovane Pani - gli altri due moschettieri
si chiamano Corda e Licheri - è la voce narrante
di una storia veloce e profonda, raccontata
con un ritmo da monologo sapiente,
ambientata in una Sardegna costiera ma
vera. Personaggi giovani, facce e storie pescate
dalla generazione Erasmus e Ryanair
che ha imparato a ricordare in dialetto e a
fidanzarsi in inglese, o almeno in Inghilterra.
Eurosardi.
“Sardinia blues” è la scommessa di uno
scrittore che voleva parlare (anche) delle pene
d’amore, della talassemia e della vita senza
ammorbare nessuno, ma anzi scrivendo
in modo da farsi leggere d’un fiato.Visto che
c’è riuscito, tanto vale lasciar parlare lui.
Quanto tempo è passato da “Neropioggia”
e che cosa ha combinato nel frattempo?
«Cinque anni. Ho scritto dei racconti, e ho
penato per un anno e mezzo su un romanzo
che non ha mai preso forma. Credo che
possa succedere. Eppoi ho lavorato in un
parco della scienza, e ad un programma di
Raiuno. Il peggior risultato auditel della storia
della rete, un esordio non troppo brillante...
però un’esperienza bellissima».
Su questo nuovo libro quanto ha lavorato?
«Sono stato fortunato, credo: i personaggi
e gli ambienti della storia li avevo chiarissimi
nella mente. Poi sì, ho riscritto molto,
come cerco sempre di fare. Soprattutto è
stato faticoso cercare di parlare della mia
malattia con leggerezza: era una cosa che
cercavo di fare da quando ho iniziato a scrivere,
spero di esserci riuscito».
A proposito della malattia, il vantaggio
di un libro così è che nessuno farà la più
scontata delle domande, ovvero “quanto
c’è di autobiografico?”: è chiaro che ce
n’è a bizzeffe.
«Non so. C’è la malattia, c’è un amore finito,
alcuni altri particolari. Però è un romanzo,
non un’autobiografia. Temo che la
domanda non mi verrà risparmiata, e io ripeterò
la più scontata delle risposte: non c’è
niente di veramente autobiografico, però
tutto il libro è autobiografico...».
L’impressione è che il libro serva anche
a regolare i conti con alcuni luoghi comuni
insopportabili. Il primo è proprio l’atteggiamento
pietista verso i talassemici,
quelle formule insulse sulla donazione di
sangue “per ridare il sorriso a tanti piccini”.
«Ah, questo sì. Ecco, forse l’autobiografismo
di un romanzo, sempre, è nelle rabbie,
nei pensieri che ti sei portato appresso per
anni, e che finalmente puoi tirare fuori, farle
dire o pensare a un personaggio che non
sei tu, ma che ora può pensare o dire quello
che tu pensavi o dicevi da tanto tempo. Sì:
non siamo dei poveri bambini sofferenti,
questo era urgente, per me, scriverlo. E se
sono riuscito a scriverlo in una storia non
noiosa, non pesantemente tragica, allora
questo libro sarà servito a qualcosa, spero.
Posso aggiungere una cosa?».
Prego.
«A Roma, nell’ospedale dove mi curo
adesso, ci sono due talassemici che sono
medici. Pazienti e medici. Ecco, sarebbe bello
che si ricordasse questa cosa, quando si
parla di talassemia. Che non è una malattia
da poco, sia chiaro, però ci si può vivere, io
ci vivo, e altri migliaia di ragazzi nel mondo
».
Secondo luogo comune: l’Isola periferia
sassosa e sfigata della Costa Smeralda.
«La Costa Smeralda esiste, come esiste la
Barbagia, quella raccontata da Niffoi, per
intenderci, e prima di lui da Grazia Deledda.
Non sono posti inventati, esistono, e questi
due autori, e altri, li raccontano in modo
efficacissimo. Però ci sono anche altre Sardegne,
e io questa volta avevo voglia di raccontare
la provincia no-glamour di Oristano,
e senza attentati fucili banditi. Una Sardegna
di periferia, modernissima, gaggia, divertente,
senza Briatore e senza Mesina.
Una giornalista milanese che mi ha intervistato
qualche giorno fa mi ha subito detto:
“I suoi personaggi non sono per niente sardi,
come ci si aspetta che siano i sardi”. Ecco,
gli italiani ci immaginano in un certo modo,
io ho provato a raccontare una Sardegna
un po’ diversa, adesso vediamo se funziona...
».
E come si permette - dopo aver ridacchiato
per due pagine dei luoghi comuni
foderati di vellutino - di definire addirittura
“matrona malefica” la Deledda?
«Non sono io a definirla così, è Andrea
Corda. Mica io condivido tutte le opinioni di
tutti i personaggi del libro! A me, se a qualcuno
mai può interessare, la Deledda piace.
Mi irrita un po’ il deleddismo militante, le
icone adorate, sempre, e al limite odio un po’
la Deledda per gli stereotipi che ci ha attaccato
addosso, ma so anche che non l’ha fatto
apposta, scriveva 70 anni fa, dopotutto.
Ma in generale, ripeto, a me i suoi libri sembrano
ancora molto belli».
Restiamo in tema di sarditas: non ha il
timore che i lettori possano restare perplessi
davanti a certe espressioni idiomatiche,
a certi neo-etnismi che lei adopera,
cose tipo “piccolini i muscoli” o “caghino
perso”?
«No. I lettori sono molto meglio di quello
che qualche autore o editore può pensare.È
la scrittura mediocre, credo, che fa perdere
lettori, non quella che osa un po’».
Nel libro lei parla di Sassari come “la
nostra piccola Buenos Aires”: i sassaresi
le saranno riconoscenti per la carineria,
ma non è che si è fatto scappare un po’ la
mano?
«Se arrivi a Sassari in un pomeriggio di fine
agosto con Astor Piazzolla nell’autoradio
e scendi a prendere un amaro intorno a
Santa Maria di Betlemme, sì, ti puoi sentire
a Buenos Aires. A me succede spesso. Cadente,
ventosa, malinconica, con dei nomi di
quartiere perfettamente letterari: Latte Dolce,
Caniga, La Landrigga, Luna e Sole, Cappuccini...
pieno Sud America. Certo, io non
sono mai stato a Buenos Aires, forse questo
influisce».
Le pene d’amore sono così importanti
nell’impasto di questo romanzo che forse
dovrebbe dare metà dei diritti d’autore
alla donna che le ha spezzato il cuore.
«Guardi, io dall’inizio, da quando ho iniziato
a scrivere il romanzo, ho avuto in mente
un paio di canzoni che mi hanno accompagnato
per mesi, mentre lo scrivevo, tanto
che alla fine le ho messe tutte nel libro. Una
di queste dice: Lo sai se l’amore è una patologia
saprò come estirparla via. Ecco,
quando stai soffrendo per amore, dico nella
fase acuta, essere uno scrittore non aiuta
neanche un po’. Anzi, non riesci a scrivere
niente, in quel periodo. Però dopo, quando
cominci a stare meglio, poter scrivere di
quell’amore, in qualche modo, in un romanzo,
è un metodo efficacissimo per superare
il dolore, per riderne. Forse in fondo questo
romanzo parla di due grandi malattie: la talassemia
e l’amore. Che poi, come dice Licheri,
non esiste. Però quando fa soffrire, è
terribile».
Il Sardegna - 5 gennaio 2008
Cuore, talassemia e tre zingari campidanesi, la Sardegna fa i conti con la postmodernità
la copertina del libro è un po’ una dichiarazione d’intenti, con un Nuraghe pop alla maniera warholiana, una “rivisitazione postmoderna della nostra storia più remota”. “Il punto è la modernità”, dice Licheri quando – un po’ alticcio, prima di andare verso il bar del Peyote leggermente traballante – lancia l’idea che poi è stata sviluppata da Simone Cireddu per la copertina del nuovo romanzo di Flavio Soriga, Sardinia blues (Bompiani, in uscita il 9 gennaio). L’idea della Sardegna che fa i conti con la (post)modernità, in bilico tra arcaico e nuovo, attraversa un po’ tutto il libro. Ci sono pastori banditi “froci”, ballerine cagliaritane trapiantate a Londra, regine montiferrine molto sexy che esclamano “minca” per ogni cosa, “nerboruti esemplari di maschio sardo” spaventati dalle donne, e poi i tre protagonisti, i “pirati”, “tre laureati senza macchia e senza paura e senza amore e senza fede”, che vivono patiscono amoreggiano in una provincia tra Cagliari e Oristano in cui si cerca in qualche modo di arrangiarsi, tra piccoli furti che rischiano di diventare più grandi di quel che sono, testamenti da recuperare e rapporti che rischiano di diventare troppo pericolosi. Licheri, ex tossico figlio di professore universitario, Corda, “scrittore sardo fallito” ex parrucchiere a Chelsea, Davide, ragazzo inquieto malato di talassemia. Tutti e tre lasciati da ballerine, tutti e tre conducono una vita precaria senza però farsi schiacciare, affamati di vita. Un libro guizzante, in cui Soriga – a cinque anni da Neropioggia - parla di una Sardegna dolorosamente contraddittoria e di tante altre cose, di vita, di provincia, di talassemia. E di “ammore”.
Questo romanzo dà l’impressione di essere molto più personale degli altri, come se avesse voluto chiudere i conti con un po’ di cose.
Guardi, a me fino ad ora è successo sempre così: di mettermi a scrivere per dover regolare i conti con qualcosa. Non con qualcuno estraneo a me, no, questo sarebbe assurdo, con qualche dolore, amore, inquietudine che avevo dentro, chissà da quanto, e che non mi faceva dormire. Ecco, in questo caso credo fossero due cose sopratutto: un amore finito, e la talassemia.
È stato difficile parlare della malattia?
Sì. E’ da quando ho iniziato a scrivere che ci provavo, a raccontare la talassemia, il mio modo di viverla. Però non volevo che fosse un racconto tragico strappalacrime, non doveva esserlo perché io non la vivo così, e allora ce n’è voluto, per trovare un modo che mi sembrasse abbastanza leggero, una voce come quella di Davide Pani, il protagonista, che sa che non ci sono regole, ma vale lo stesso la pena giocare, e che tutto si brucia e rinasce, e va bene così, purché siamo qui a vedere un nuovo mattino. Ecco, quando ho trovato la voce di Pani ho capito che forse questa era la volta buona. Spero che lo sia.
È per questo che sono passati cinque anni dall’ultimo romanzo?
Anche, ma non solo. Prima di Sardinia Blues stavo lavorando a un altro romanzo, che non ho finito perché era impossibile finirlo. La verità è che per un anno e mezzo, senza accorgermene, ogni giorno, mi mettevo a raccontare di un grande amore che stava finendo, e lo facevo mentre stava finendo. Era una cronaca, e quindi non poteva essere romanzo. Un giorno ho letto la pagina che avevo appena finito di scrivere alla donna che viveva con me, a questo quasi ex grande amore, e lei mi ha detto: Questa cosa è terribile. Ecco: doveva finire quell’amore, perché potessi raccontarlo, perché potessi finire il romanzo. Solo allora ho potuto cercare, e trovare, la voce di Davide Pani e dei suoi compari pirati.
Appunto quello che colpisce è l’ironia, la leggerezza con cui vengono affrontati la fine di un amore e la malattia. Eppure il finale cruento sembra un po’ stridente rispetto a questa impostazione.
La leggerezza dovrebbe essere nel tono, nella lingua, nell’autoironia che questi tre zingari campidanesi usano sempre, per salvarsi da tutto, dalle tristezze della vita, però il romanzo è anche pieno di cose concrete, dolorose, di drammi, direi, e il finale è una delle banali tragedie che succedono da sempre, in tutto il mondo, e per quello che mi riguarda io ci tengo perché mi sembra riassumere il postmoderno e l’arcaico che stiamo vivendo noi oggi in Sardegna.
A proposito, un tema sembra quello di fare i conti con le “paranoie identitarie”. Anche lei come Corda si è dimesso da sardo?
Sì, la scorsa estate, a Berchidda, affidando le mie dimissioni a Lella Costa, che le ha rese pubbliche. Però non ho ancora notificato l’atto in Regione, al nostro presidente postmoderno, e quindi credo di avere ancora la possibilità di ritirarle. Per il momento mi considero apolide. Certo non mi dimetto da sardo per diventare italiano…D’emm’a fai s’affari…
I protagonisti sono trentenni laureati e “precari” eppure affamati di vita, di esperienza, hanno una inquietudine positiva anche rispetto al loro rapporto col mondo.
Leggono Niffoi e Philip Roth, Benvenuto Lobina e Willie Perdomo, amano Capossela e i Berritas, gli Afterhours e la Nannini, come possono non essere carichi di energia? Sono dei pirati di provincia, gli pulsa la vita nelle vene, non gli basta il mondo, Sassri è Buenos Aires, Cagliari è Los Angeles, niente è poco o troppo poco per loro, caricate i cannoni e fuoco a babordo! Credo che questa sia la cosa più autobiografica del libro, in fondo: la voglia di vivere, di correre, di danzare i giorni, nonostante tutto, sempre. E per fortuna ho un paio di amici che la pensano come me, e anche noi un po’ siamo i pirati della Grande Gloriosa Provincia Sarda…
Andrea Tramonte
Der schwarze Regen sul sito dello Hessischer Rundfunk
http://www.hr-online.de/
L'unione sarda, 23 febbraio 2001
Le vite scheggiate di Nuraiò
Chi resta e chi fugge, contadini inurbati, emigranti di successo e paesani di ritorno, fantini azzoppati e carcerati poeti. E quelli che si sentono intellettuali perché hanno sentito il jazz. Sorpresi dalla sorte tutti quanti, traditi e azzannati e alla caccia della mano buona di un gioco di carte che li vede bari e perdenti. Con Diavoli di Nuraiò (edito da Il Maestrale, pp.165, £ 15.000) Flavio Soriga ha vinto il Premio Calvino e raccolto nel suo romanzo d’esordio le scheggiate esistenze schizzate dall’orbita dal villaggio di Nuraiò.
Raccontando cose di oggi e di ieri, fantasmi e ricordi della folla dei vinti o di quelli che la vita l’hanno seminata a pietre. Libro murales, dipinto a carbone su tutti i cantoni delle strade, in graffiti tracciati di notte con mano armata di rabbia o disperazione. In tredici capitoli più uno, il popolo di Nuraiò infila le sue storie ordinarie e straordinarie in un rosario di testimonianze raccontate quasi sempre in prima persona.
Appesi a corde malfatate, bloccati in contropiede, beccati da pallottole vaganti, i protagonisti hanno conti da regolare, qualche rimorso, molti rimpianti. Defraudati di luminoso avvenire, parlano con voci sole e senza mai incontrarsi.Sulla giostra, a girare ,il pizzaiolo di Pula, condannato da un colpo di coltello a un argentino nelle acquose pianure d’Olanda, Franchixeddu il matto rapinatore di banche, zio Giovanni che è stato nella pampa e suona un tango di Gardel sul grammofono, Bastiano Lilliu, politico e puttaniere, e il suo testamento bastardo alla Spoon River.
Opere e giorni sfalsati nel tempo, storie paesane e metropolitane unite dal filo spinato dei destini così così. Dal vino nero all’hashish in rapida modernizzazione, i dannati di Nuraiò rimangono legati al giogo di un luogo sospeso in una periferia mentale di slabbrati confini. Ritmata su una musica interna, la scrittura di Flavio Soriga misconosce le virgole, decapita i punti, semina parole in dialetto, come in un graffiato blues campidanese.Tra le righe di uno stile sicuro che va dritto come una freccia, il giovane autore tributa un omaggio a Fabrizio De Andrè, a Sergio Atzeni, a Salvatore Niffoi e alla sua umanità piraferchiana.
Soriga ha una speciale capacità camaleontica nel caratterizzare fatti e misfatti di (poveri) diavoli, variando con improvvisi cambi di tono i resoconti della sua cronaca, in una narrazione che sorprende e cattura. In un’allegoria conclusiva e feroce, nell’ultimo brano del libro, l’apparizione di un giovane sconosciuto porta lo scompiglio nella scompigliata comunità. In una scena alla Bunuel, all’arrivo dello straniero in piazza di chiesa ciascuno fa la conta dei propri peccati. Il prete e le vecchie, il contadino e il professore, tutte le anime di Nuraiò tarantolate da vecchi e nuovi pensieri si arrovellano mentre langelo biondo consuma al bar cappuccino e cornetto. Spiato, indifferente e immemore.
Alessandra Menesini
|