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--- L'amore a Londra e in altri luoghi --- in libreria per Bompiani ---

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-=Guestbook=- *** Sardinia Blues recensito su L'Occidentale ***


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su Liberazione


E’ un’estate folle e vitale, bella e banale appunto, come tante estati, passate, presenti e future, il sound percussivo e lancinante in cui si muovono «tre laureati senza macchia e senza paura e senza amore e senza fede» in una Sardegna della più profonda e sperduta provincia di Oristano (per la precisione il Montiferru «territorio votato all’allevamento di buoi e pecore e alla produzione di olio e formaggio», tra Cabras, Sèneghe, Cùglieri, San Vero, Narbolìa e altri onomatopeici paesini, una Sardegna che è «il contrario di quello che credono i turisti no glamour no stilisti no party no donne luccicanti no imprenditori milionari»). I tre giovani si chiamano sempre per cognome: Pani, Licheri e Corda. Pani è la voce narrante (con qualche complicazione finale che non svelerò), ha lasciato Londra dove lavorava dopo la fine di una tormentata storia d’amore con una ballerina. Licheri ha un trascorso da eroinomane, l’aspetto zingaresco e il fare da guru. Corda parla poco, ha fatto il parrucchiere a Chelsea dove immancabilmente finiva a letto con le sue splendide e danarose clienti, e scrive racconti. Hanno un’idea disincantata e molto glocal della loro terra (contro tutti gli stereotipi da cartolina vacanziera): «è un paradiso, in un modo che i turisti non sanno, se resisti i mesi d’inverno freddo, se non ti suicidi di noia a febbraio, è il paradiso del non esistere, come certi paesini del Galles e della Scozia, come la campagna francese, il mondo si assomiglia così tanto, un piccolo paradiso per noi che non faremo carriera e non faremo la storia». Tre pirati, come si autodefiniscono, tre giovani “liquidi”, per usare una categoria cara a Zygmunt Bauman, la cui vita è ora cinica ora edonista ora riflessiva ora malinconica. I sentimenti, i pensieri, le sensazioni si alternano con grande efficacia e credibilità - e questa è una delle forze del libro: niente suona falso o irreale o sopra le righe. Ma allo stesso tempo non c’è la pretesa di essere memorabili, incisivi, e proprio questo understatement sempre un po’ alcolico (è come se il libro fosse stato scritto in uno stato di leggera alterazione sensoriale) rende tutto molto coeso e plastico. «Summertime» cantano i tre giovani pirati, «and the livin’ is easy»: balli sfrenati al disco-bar Il Peyote, fugaci amori a base di profilattici e mojito, rocambolesche incursioni notturne in municipi per impossessarsi di carte d’identità da dare agli immigrati irregolari, e arditi piani ai danni di un ricco conte e del suo ambito testamento. Ma come dice il poeta beat John Giorno «Nessun cazzo è duro come la vita»: e il libro non fa sconti. Della vita prende tutto: il bello, il banale e il brutto. Pani è talassemico, e i capitoli dedicati alla malattia sono lucidi e struggenti: «Dopo la trasfusione al pomeriggio mi sento un po’ stanco. Passare tre ore in ospedale non è mai rilassante, non è come andare alle terme. Il giorno dopo ho una potenza in corpo, una forza e un’euforia e un’eccitazione, quando mi capita di avere una fidanzata il giorno dopo la trasfusione fare sesso è come avere preso due pastiglie o avere tirato la cocaina. È bello essere talassemici se puoi fare sesso con una donna il giorno dopo la trasfusione ». La vita dunque passa, trascolora, si liquefa, soprattutto in una calda estate sarda e per fermarla, cristallizzarla in racconto Soriga usa una lingua altrettanto liquida e fugace, calda e particellare come i grani della luce estiva: molti dialoghi in presa diretta, registro colloquiale fatto di ripetizioni, paratassi, lessico giovanile (senza mai accelerare sul pedale del gergo). Una vibrante miscela di commedia e tragedia, ironia e sarcasmo, che riesce a tenere il ritmo del radiodramma e dello sceneggiato televisivo senza mai perdere colpi o cadere in trovate facili e stucchevoli. Più che alla letteratura Soriga guarda ai fumetti e al cinema, ma il suo è uno sguardo che non si perde mai in dettagli compiaciuti o in un minimalismo da discount: la forza del suo libro sta nella vita, oltraggiosamente bella e banale.


Giovanni Bozzini su Europa

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Prendiamo una lavagna, tracciamo una linea verticale in mezzo e vediamo cosa succede a mettere a confronto i due romanzi italiani che più hanno fatto parlare di sé dopo l’apnea natalizia. Da una parte c’è La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Dall’altra Sardinia Blues di Flavio Soriga. Mondadori e Bompiani (leggi Rcs). Le due corazzate dell’editoria di casa nostra. L’esercizio non è privo di senso. Per prima cosa proprio perché non si tratta di due editori qualunque. Poi perché entrambi gli autori sono giovani. E infine perché la critica ha salutato le loro opere con favore pressoché unanime. A tessere le lodi di Giordano, in particolare, s’è ammassata una folta schiera di penne, talune? anche piuttosto nobili. Le buone recensioni e un battage pubblicitario impressionante hanno fatto schizzare il romanzo ai piani alti delle classifiche di vendita, dove probabilmente rimarrà ancora a lungo. Sta andando solo un po’ peggio a Soriga, che a fronte di uno sforzo promozionale altrettanto notevole in libreria non sfonda. Ma di chi stiamo parlando, esattamente? Paolo Giordano, ventiseienne torinese dottorando in Fisica, è al suo esordio narrativo. Il sardo Flavio Soriga, più vecchio di sette anni, ormai scrive per mestiere già da un po’. Nel 2000 ha vinto il premio Calvino con un romanzo pubblicato da una piccola casa editrice isolana (Diavoli di Nuraiò, Il Maestrale), nel 2005 ha dato alle stampe Neropioggia per i tipi della Garzanti, con cui c’è scappato il Deledda Giovani. I due hanno un primo punto in comune. Sulla sovraccoperta di entrambi i libri compare un’immagine dell’autore. Le foto sono in bianco e nero, ma di fatture estremamente diverse. Giordano appare biondo, o castano chiaro, e chiarissimi appaiono i suoi occhi. È elegante, giacca scura e scarpetta scura al collo, sta in posa e fissa l’obiettivo con intenzione. Soriga invece è moro e capellone, incrocia le mani davanti alla faccia da cui pungono due piccoli occhi neri e sorride di quello che sembra il più spontaneo dei sorrisi, come fosse stato colto nel mezzo di una cena in trattoria. Quella delle foto non è una presenza banale. Finisce per spiegare qualcosa in più rispetto alla stessa scrittura. Perché i due romanzi sono proprio così: uno elegante e posato, l’altro scompigliato e sgangherato. Di più: l’uno biondo e ben pettinato, l’altro moro e coi capelli al vento. Spieghiamoci meglio. La solitudine dei numeri primi segue una sua logica rigorosa, fondata sull’intreccio non troppo improbabile di due storie molto caratterizzate. Comincia con due fendenti che spiattellano dolori osceni e sgradevoli, carichi di irreparabilità, e che mettono a disagio il lettore, recando in sé la promessa di un’audacia che il romanzo non saprà mantenere appieno. I due protagonisti sulla carta compaiono bambini, e subito si ritrovano menomati, nel fisico e nella mente; il loro incontro da adolescenti sarà foriero di complicità e incomprensioni, che si porteranno dietro, in un modo o nell’altro, fino all’età adulta. È qui, nel rapporto tra lui e lei, che il romanzo di Giordano appare un po’ forzato. I due si votano al proprio dolore con disperazioni tra cui è faticoso individuare punti di contatto. Il ragazzo è un personaggio tutto sommato riuscito. La ragazza meno. Le idee, per quanto non rivoluzionarie, ci sono, e ogni tanto anche la scrittura, pur rimanendo entro canoni ortodossi, tocca livelli di riguardo. Ma per lo più manca il collante, l’amalgama. Inoltre Giordano priva il suo racconto di una collocazione geografica precisa e dichiarata, solo le Alpi che fanno capolino a poche pagine dalla fine sopra i tetti dei palazzi lasciano riconoscere Torino, mentre per tutto il resto del tempo la storia avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi città italiana da Roma in su. La Sardegna di Soriga, invece, si intromette in ogni scena, tra la voglia di smontare cliché da cartolina e un controverso senso d’appartenenza. D’altronde lo scrittore cagliaritano imbocca tutta un’altra strada. A partire dalla trama, che in pratica non c’è, per finire con lo stile, che strizza l’occhio alla narrativa americana dell’ultimo quarto di secolo e si permette più di una libertà. L’incedere è sincopato, come una lunga ballata fatta di brevi frammenti, e allora nessun titolo avrebbe potuto essere più azzeccato: la Sardegna è ovunque, cantata da un blues come fosse l’America. Anche qui nell’unico vero protagonista c’è disperazione, ma è meno cupa, più polverosa, come i colpi da quattro soldi che compie insieme ai suoi due complici squinternati quanto lui, come le strade di provincia percorse da pastori gay dediti al banditismo, mercenari di ritorno dall’Iraq cogli occhi pieni di morte e ragazze troppo belle e troppo sceme. Soriga non è alle prime armi e si vede da come maneggia le parole, con uno stile che a queste latitudini non è affatto scontato. Quel che Sardinia Blues paga un po’ è una scarsa attenzione per il racconto, tanto che il finale risulta tirato dentro al libro per i capelli, come se l’autore a un certo punto abbia deciso di dare un taglio, brusco, a un flusso che di per sé avrebbe potuto benissimo continuare all’infinito. Ma il resoconto delle vicissitudini tra ospedali e cliniche del protagonista talassemico (unica storia vera, si premura di confidare lo stesso Soriga nei titoli di coda), con annessi traboccamenti di riflessioni sul senso di passioni e dolori vari, ha un sapore autentico, d’urgenza, che vale da sé la non irreprensibile solidità architettonica dell’intero romanzo.


sul sito dell'Ansa


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Agenzia Ansa


LIBRO DEL GIORNO: LA SARDEGNA ON THE ROAD DI SORIGA /ANSA BLUES MALINCONICO E ARRABBIATO SULL'ISOLA SOTTO GLOBALIZZAZIONE (di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 23 GEN - FLAVIO SORIGA, 'SARDINIA BLUES', (BOMPIANI, pp. 276 - 16,00 euro). L'idea, la sostanza di isola, terra contornata dal mare, quale è la Sardegna, è qualcosa che lascia un segno in chi vi nasce e cresce, e i problemi di identità sono sempre più forti e creano più contrasti sotto l'assalto dell'avanzare della globalizzazione, sotto la pressione dei vacanzieri estivi. Perchè, in fondo, i tre giovani protagonisti di questo romanzo di Flavio Soriga è nello spazio di questi contrasti che si muovono e che cercano un senso al loro essere, a quanto delle proprie radici si portano dentro. Davide Pani, ex cameriere a Londra che dall'isola è il più segnato, essendo talassemico, quasi con orgoglio, rifiutando ogni compassione tra ricadute e trasfusioni; Licheri, ex drogato di famiglia intellettuale che lo ha mandato a disintossicarsi in Usa e sta finendo un dottorato in Storia del cinema a Sassari; Corda, scrittore mancato che rimugina e lancia le sue maledizioni a destra e manca e, lasciato il master a Cagliari in Storia e letteratura sarda, cerca di sfondare come parrucchiere creativo anche lui a Londra. Chiamati sempre per cognome durante il loro vagabondare per le parti meno note e alla moda della loro isola, consci, dopo essere stati abbandonati dalle loro donne, che «tutto ci è dato per poco, che tutto ci è concesso in prestito per un tempo brevissimo, perchè accumulare i patrimoni costa secoli di fatica e poi basta un figlio drogato a bruciare tutto, perchè basta una trasfusione sbagliata e addio». Allora: «brucia di stelle il cielo di luglio in quest'isola immensa che suda l'estate, siamo tre laureati senza macchia e senza paura e senza amore e senza fede e la Sardegna è il nostro Messico», come si afferma ad apertura del libro, dall'andamento sincopato (anche visivamente, con frasi e periodi brevi divisi da spazi bianchi), grazie a una scrittura paratattica, libera, che rifiuta i punti e usa solo le virgole, forse anche etilica e fumata come l'estate dei tre protagonisti. A raccontare è Pani, tranne l'ultimo capitolo, in cui comunque affida alla madre, contadina rimasta presto orfana che ci resta male a leggere romanzi, una sorta di poetica, per la quale importanti sono i personaggi, le persone, più della storia: «c'è una trama, un inizio e una fine, e in mezzo compaiono i personaggi, alcuni buoni altri cattivi, e tu ti affezioni e vorresti sapere di loro (....) tutte le cose che è normale voler sapere delle persone che ti interessano, e invece gli scrittori ti danno solo poche notizie, quelle che servono per portare avanti la storia.... A me sembra che i lettori, almeno io sono così, poi ci restano male». Soriga allora prova andare al fondo di Corda, Licheri e Pani, di indagarli meno casualmente di quel che appare e di raccontarci molto di loro, via via, per divagazioni, progetti, riflessioni, citazioni colloqui e incontri, avvenimenti che segnano questo loro scorazzare sfidando il mondo e la sua legalità, facendo gesti d'azzardo, provando a aiutare Maria Elena, amante di Pani («La mia amante quarantenne ha le righe e ogni tanto questo mi fa impressione, è sposata e ogni tanto questo mi fa impressione»), a recuperare il proprio patrimonio messo in pericolo dal padre, che, «prendendosi i supplementari, qualche anno di vita da uomo quando credeva non ci fosse più niente per lui», usa come amante la badante polacca, «povera extracomunitaria senza colpa». Ma, come si capirà alla fine, non sono colpa o innocenza fare la differenza. (ANSA).


Rassegna stampa Bompiani


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Flavio su Fahrenheit


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L'Unione Sarda - 5 gennaio 2008


«Il male, l’amore e altri miei blues»
Cinque anni dopo “Neropioggia”, lo scrittore di Uta torna in libreria con un romanzo pubblicato da Bompiani: “Sardinia blues”, una storia rapida e profonda che racconta di amori infranti, viaggi, amicizia, talassemia e avventure «Certo, la Costa Smeralda esiste, come la Barbagia di Niffoi e Grazia Deledda. Ma io volevo raccontare la provincia no-glamour di Oristano: una periferia divertente, gaggia e modernissima, senza Briatore e senza Mesina»

di CELESTINO TABASSO
L'inizio sembra una tavola a colori di Andrea Pazienza, con tre giovani laureati senza macchia e senza paura chiusi in un’auto a cantare a squarciagola per farsi coraggio, prima di buttarsi in una strana avventura sotto il cielo stellato di una Sardegna d’estate. Il resto sembra un romanzo di Soriga, e anzi lo è: “Sardinia blues”, 224 pagine, 16 euro, arriva in libreria mercoledì 9 gennaio pubblicato (modestamente) da Bompiani. Il giovane Pani - gli altri due moschettieri si chiamano Corda e Licheri - è la voce narrante di una storia veloce e profonda, raccontata con un ritmo da monologo sapiente, ambientata in una Sardegna costiera ma vera. Personaggi giovani, facce e storie pescate dalla generazione Erasmus e Ryanair che ha imparato a ricordare in dialetto e a fidanzarsi in inglese, o almeno in Inghilterra. Eurosardi. “Sardinia blues” è la scommessa di uno scrittore che voleva parlare (anche) delle pene d’amore, della talassemia e della vita senza ammorbare nessuno, ma anzi scrivendo in modo da farsi leggere d’un fiato.Visto che c’è riuscito, tanto vale lasciar parlare lui. Quanto tempo è passato da “Neropioggia” e che cosa ha combinato nel frattempo? «Cinque anni. Ho scritto dei racconti, e ho penato per un anno e mezzo su un romanzo che non ha mai preso forma. Credo che possa succedere. Eppoi ho lavorato in un parco della scienza, e ad un programma di Raiuno. Il peggior risultato auditel della storia della rete, un esordio non troppo brillante... però un’esperienza bellissima». Su questo nuovo libro quanto ha lavorato? «Sono stato fortunato, credo: i personaggi e gli ambienti della storia li avevo chiarissimi nella mente. Poi sì, ho riscritto molto, come cerco sempre di fare. Soprattutto è stato faticoso cercare di parlare della mia malattia con leggerezza: era una cosa che cercavo di fare da quando ho iniziato a scrivere, spero di esserci riuscito». A proposito della malattia, il vantaggio di un libro così è che nessuno farà la più scontata delle domande, ovvero “quanto c’è di autobiografico?”: è chiaro che ce n’è a bizzeffe. «Non so. C’è la malattia, c’è un amore finito, alcuni altri particolari. Però è un romanzo, non un’autobiografia. Temo che la domanda non mi verrà risparmiata, e io ripeterò la più scontata delle risposte: non c’è niente di veramente autobiografico, però tutto il libro è autobiografico...». L’impressione è che il libro serva anche a regolare i conti con alcuni luoghi comuni insopportabili. Il primo è proprio l’atteggiamento pietista verso i talassemici, quelle formule insulse sulla donazione di sangue “per ridare il sorriso a tanti piccini”. «Ah, questo sì. Ecco, forse l’autobiografismo di un romanzo, sempre, è nelle rabbie, nei pensieri che ti sei portato appresso per anni, e che finalmente puoi tirare fuori, farle dire o pensare a un personaggio che non sei tu, ma che ora può pensare o dire quello che tu pensavi o dicevi da tanto tempo. Sì: non siamo dei poveri bambini sofferenti, questo era urgente, per me, scriverlo. E se sono riuscito a scriverlo in una storia non noiosa, non pesantemente tragica, allora questo libro sarà servito a qualcosa, spero. Posso aggiungere una cosa?». Prego. «A Roma, nell’ospedale dove mi curo adesso, ci sono due talassemici che sono medici. Pazienti e medici. Ecco, sarebbe bello che si ricordasse questa cosa, quando si parla di talassemia. Che non è una malattia da poco, sia chiaro, però ci si può vivere, io ci vivo, e altri migliaia di ragazzi nel mondo ». Secondo luogo comune: l’Isola periferia sassosa e sfigata della Costa Smeralda. «La Costa Smeralda esiste, come esiste la Barbagia, quella raccontata da Niffoi, per intenderci, e prima di lui da Grazia Deledda. Non sono posti inventati, esistono, e questi due autori, e altri, li raccontano in modo efficacissimo. Però ci sono anche altre Sardegne, e io questa volta avevo voglia di raccontare la provincia no-glamour di Oristano, e senza attentati fucili banditi. Una Sardegna di periferia, modernissima, gaggia, divertente, senza Briatore e senza Mesina. Una giornalista milanese che mi ha intervistato qualche giorno fa mi ha subito detto: “I suoi personaggi non sono per niente sardi, come ci si aspetta che siano i sardi”. Ecco, gli italiani ci immaginano in un certo modo, io ho provato a raccontare una Sardegna un po’ diversa, adesso vediamo se funziona... ». E come si permette - dopo aver ridacchiato per due pagine dei luoghi comuni foderati di vellutino - di definire addirittura “matrona malefica” la Deledda? «Non sono io a definirla così, è Andrea Corda. Mica io condivido tutte le opinioni di tutti i personaggi del libro! A me, se a qualcuno mai può interessare, la Deledda piace. Mi irrita un po’ il deleddismo militante, le icone adorate, sempre, e al limite odio un po’ la Deledda per gli stereotipi che ci ha attaccato addosso, ma so anche che non l’ha fatto apposta, scriveva 70 anni fa, dopotutto. Ma in generale, ripeto, a me i suoi libri sembrano ancora molto belli». Restiamo in tema di sarditas: non ha il timore che i lettori possano restare perplessi davanti a certe espressioni idiomatiche, a certi neo-etnismi che lei adopera, cose tipo “piccolini i muscoli” o “caghino perso”? «No. I lettori sono molto meglio di quello che qualche autore o editore può pensare.È la scrittura mediocre, credo, che fa perdere lettori, non quella che osa un po’». Nel libro lei parla di Sassari come “la nostra piccola Buenos Aires”: i sassaresi le saranno riconoscenti per la carineria, ma non è che si è fatto scappare un po’ la mano? «Se arrivi a Sassari in un pomeriggio di fine agosto con Astor Piazzolla nell’autoradio e scendi a prendere un amaro intorno a Santa Maria di Betlemme, sì, ti puoi sentire a Buenos Aires. A me succede spesso. Cadente, ventosa, malinconica, con dei nomi di quartiere perfettamente letterari: Latte Dolce, Caniga, La Landrigga, Luna e Sole, Cappuccini... pieno Sud America. Certo, io non sono mai stato a Buenos Aires, forse questo influisce». Le pene d’amore sono così importanti nell’impasto di questo romanzo che forse dovrebbe dare metà dei diritti d’autore alla donna che le ha spezzato il cuore. «Guardi, io dall’inizio, da quando ho iniziato a scrivere il romanzo, ho avuto in mente un paio di canzoni che mi hanno accompagnato per mesi, mentre lo scrivevo, tanto che alla fine le ho messe tutte nel libro. Una di queste dice: Lo sai se l’amore è una patologia saprò come estirparla via. Ecco, quando stai soffrendo per amore, dico nella fase acuta, essere uno scrittore non aiuta neanche un po’. Anzi, non riesci a scrivere niente, in quel periodo. Però dopo, quando cominci a stare meglio, poter scrivere di quell’amore, in qualche modo, in un romanzo, è un metodo efficacissimo per superare il dolore, per riderne. Forse in fondo questo romanzo parla di due grandi malattie: la talassemia e l’amore. Che poi, come dice Licheri, non esiste. Però quando fa soffrire, è terribile».


Il Sardegna - 5 gennaio 2008


Cuore, talassemia e tre zingari campidanesi, la Sardegna fa i conti con la postmodernità

la copertina del libro è un po’ una dichiarazione d’intenti, con un Nuraghe pop alla maniera warholiana, una “rivisitazione postmoderna della nostra storia più remota”. “Il punto è la modernità”, dice Licheri quando – un po’ alticcio, prima di andare verso il bar del Peyote leggermente traballante – lancia l’idea che poi è stata sviluppata da Simone Cireddu per la copertina del nuovo romanzo di Flavio Soriga, Sardinia blues (Bompiani, in uscita il 9 gennaio). L’idea della Sardegna che fa i conti con la (post)modernità, in bilico tra arcaico e nuovo, attraversa un po’ tutto il libro. Ci sono pastori banditi “froci”, ballerine cagliaritane trapiantate a Londra, regine montiferrine molto sexy che esclamano “minca” per ogni cosa, “nerboruti esemplari di maschio sardo” spaventati dalle donne, e poi i tre protagonisti, i “pirati”, “tre laureati senza macchia e senza paura e senza amore e senza fede”, che vivono patiscono amoreggiano in una provincia tra Cagliari e Oristano in cui si cerca in qualche modo di arrangiarsi, tra piccoli furti che rischiano di diventare più grandi di quel che sono, testamenti da recuperare e rapporti che rischiano di diventare troppo pericolosi. Licheri, ex tossico figlio di professore universitario, Corda, “scrittore sardo fallito” ex parrucchiere a Chelsea, Davide, ragazzo inquieto malato di talassemia. Tutti e tre lasciati da ballerine, tutti e tre conducono una vita precaria senza però farsi schiacciare, affamati di vita. Un libro guizzante, in cui Soriga – a cinque anni da Neropioggia - parla di una Sardegna dolorosamente contraddittoria e di tante altre cose, di vita, di provincia, di talassemia. E di “ammore”. Questo romanzo dà l’impressione di essere molto più personale degli altri, come se avesse voluto chiudere i conti con un po’ di cose. Guardi, a me fino ad ora è successo sempre così: di mettermi a scrivere per dover regolare i conti con qualcosa. Non con qualcuno estraneo a me, no, questo sarebbe assurdo, con qualche dolore, amore, inquietudine che avevo dentro, chissà da quanto, e che non mi faceva dormire. Ecco, in questo caso credo fossero due cose sopratutto: un amore finito, e la talassemia. È stato difficile parlare della malattia? Sì. E’ da quando ho iniziato a scrivere che ci provavo, a raccontare la talassemia, il mio modo di viverla. Però non volevo che fosse un racconto tragico strappalacrime, non doveva esserlo perché io non la vivo così, e allora ce n’è voluto, per trovare un modo che mi sembrasse abbastanza leggero, una voce come quella di Davide Pani, il protagonista, che sa che non ci sono regole, ma vale lo stesso la pena giocare, e che tutto si brucia e rinasce, e va bene così, purché siamo qui a vedere un nuovo mattino. Ecco, quando ho trovato la voce di Pani ho capito che forse questa era la volta buona. Spero che lo sia. È per questo che sono passati cinque anni dall’ultimo romanzo? Anche, ma non solo. Prima di Sardinia Blues stavo lavorando a un altro romanzo, che non ho finito perché era impossibile finirlo. La verità è che per un anno e mezzo, senza accorgermene, ogni giorno, mi mettevo a raccontare di un grande amore che stava finendo, e lo facevo mentre stava finendo. Era una cronaca, e quindi non poteva essere romanzo. Un giorno ho letto la pagina che avevo appena finito di scrivere alla donna che viveva con me, a questo quasi ex grande amore, e lei mi ha detto: Questa cosa è terribile. Ecco: doveva finire quell’amore, perché potessi raccontarlo, perché potessi finire il romanzo. Solo allora ho potuto cercare, e trovare, la voce di Davide Pani e dei suoi compari pirati. Appunto quello che colpisce è l’ironia, la leggerezza con cui vengono affrontati la fine di un amore e la malattia. Eppure il finale cruento sembra un po’ stridente rispetto a questa impostazione. La leggerezza dovrebbe essere nel tono, nella lingua, nell’autoironia che questi tre zingari campidanesi usano sempre, per salvarsi da tutto, dalle tristezze della vita, però il romanzo è anche pieno di cose concrete, dolorose, di drammi, direi, e il finale è una delle banali tragedie che succedono da sempre, in tutto il mondo, e per quello che mi riguarda io ci tengo perché mi sembra riassumere il postmoderno e l’arcaico che stiamo vivendo noi oggi in Sardegna. A proposito, un tema sembra quello di fare i conti con le “paranoie identitarie”. Anche lei come Corda si è dimesso da sardo? Sì, la scorsa estate, a Berchidda, affidando le mie dimissioni a Lella Costa, che le ha rese pubbliche. Però non ho ancora notificato l’atto in Regione, al nostro presidente postmoderno, e quindi credo di avere ancora la possibilità di ritirarle. Per il momento mi considero apolide. Certo non mi dimetto da sardo per diventare italiano…D’emm’a fai s’affari… I protagonisti sono trentenni laureati e “precari” eppure affamati di vita, di esperienza, hanno una inquietudine positiva anche rispetto al loro rapporto col mondo. Leggono Niffoi e Philip Roth, Benvenuto Lobina e Willie Perdomo, amano Capossela e i Berritas, gli Afterhours e la Nannini, come possono non essere carichi di energia? Sono dei pirati di provincia, gli pulsa la vita nelle vene, non gli basta il mondo, Sassri è Buenos Aires, Cagliari è Los Angeles, niente è poco o troppo poco per loro, caricate i cannoni e fuoco a babordo! Credo che questa sia la cosa più autobiografica del libro, in fondo: la voglia di vivere, di correre, di danzare i giorni, nonostante tutto, sempre. E per fortuna ho un paio di amici che la pensano come me, e anche noi un po’ siamo i pirati della Grande Gloriosa Provincia Sarda…

Andrea Tramonte


Der schwarze Regen sul sito dello Hessischer Rundfunk


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L'unione sarda, 23 febbraio 2001

Le vite scheggiate di Nuraiò

Chi resta e chi fugge, contadini inurbati, emigranti di successo e paesani di ritorno, fantini azzoppati e carcerati poeti. E quelli che si sentono intellettuali perché hanno sentito il jazz. Sorpresi dalla sorte tutti quanti, traditi e azzannati e alla caccia della mano buona di un gioco di carte che li vede bari e perdenti. Con Diavoli di Nuraiò (edito da Il Maestrale, pp.165, £ 15.000) Flavio Soriga ha vinto il Premio Calvino e raccolto nel suo romanzo d’esordio le scheggiate esistenze schizzate dall’orbita dal villaggio di Nuraiò.
Raccontando cose di oggi e di ieri, fantasmi e ricordi della folla dei vinti o di quelli che la vita l’hanno seminata a pietre. Libro murales, dipinto a carbone su tutti i cantoni delle strade, in graffiti tracciati di notte con mano armata di rabbia o disperazione. In tredici capitoli più uno, il popolo di Nuraiò infila le sue storie ordinarie e straordinarie in un rosario di testimonianze raccontate quasi sempre in prima persona.
Appesi a corde malfatate, bloccati in contropiede, beccati da pallottole vaganti, i protagonisti hanno conti da regolare, qualche rimorso, molti rimpianti. Defraudati di luminoso avvenire, parlano con voci sole e senza mai incontrarsi.Sulla giostra, a girare ,il pizzaiolo di Pula, condannato da un colpo di coltello a un argentino nelle acquose pianure d’Olanda, Franchixeddu il matto rapinatore di banche, zio Giovanni che è stato nella pampa e suona un tango di Gardel sul grammofono, Bastiano Lilliu, politico e puttaniere, e il suo testamento bastardo alla Spoon River.
Opere e giorni sfalsati nel tempo, storie paesane e metropolitane unite dal filo spinato dei destini così così. Dal vino nero all’hashish in rapida modernizzazione, i dannati di Nuraiò rimangono legati al giogo di un luogo sospeso in una periferia mentale di slabbrati confini. Ritmata su una musica interna, la scrittura di Flavio Soriga misconosce le virgole, decapita i punti, semina parole in dialetto, come in un graffiato blues campidanese.Tra le righe di uno stile sicuro che va dritto come una freccia, il giovane autore tributa un omaggio a Fabrizio De Andrè, a Sergio Atzeni, a Salvatore Niffoi e alla sua umanità piraferchiana.
Soriga ha una speciale capacità camaleontica nel caratterizzare fatti e misfatti di (poveri) diavoli, variando con improvvisi cambi di tono i resoconti della sua cronaca, in una narrazione che sorprende e cattura. In un’allegoria conclusiva e feroce, nell’ultimo brano del libro, l’apparizione di un giovane sconosciuto porta lo scompiglio nella scompigliata comunità. In una scena alla Bunuel, all’arrivo dello straniero in piazza di chiesa ciascuno fa la conta dei propri peccati. Il prete e le vecchie, il contadino e il professore, tutte le anime di Nuraiò tarantolate da vecchi e nuovi pensieri si arrovellano mentre langelo biondo consuma al bar cappuccino e cornetto. Spiato, indifferente e immemore.


Alessandra Menesini


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